di Lidia Catalano e Andrea Rossi
La Stampa, 18 ottobre 2019
Ci sono indagini in corso, al momento preferisco non commentare. Lo farò quando sarà possibile". Monica Cristina Gallo, la Garante dei detenuti nominata nel 2015 dal Comune di Torino, logicamente si tiene a debita distanza dalla denuncia con cui ha dato il via all'indagine che scuote il carcere Lorusso e Cutugno: sei agenti di polizia penitenziaria arrestati e un quadro preoccupante di violenze fisiche e psicologiche a danno dei detenuti.
Eppure, il quadro che emerge dietro l'inchiesta della procura è in larga parte racchiuso nelle relazioni che ogni anno la garante firma con il suo staff. Quei documenti sono, di fatto, la premessa dei fatti oggi emersi. E il carcere delle Vallette una sorta di polveriera in cui è sempre più difficile mantenere l'ordine e assicurare la dignità.
La struttura ha una "capienza regolamentare" di 1.062 posti "ma è ormai prassi - si legge nell'ultima relazione, riferita all'attività del 2018 - che le persone in eccedenza si aggirino a 1.390 arrivando a un tasso di sovraffollamento pari al 130%".
Alla fine del 2018 i detenuti erano 1.416, in costante ascesa da anni: 1.371 a fine 2017, 1.321 nel 2016, 1.162 nel 2015. Una fotografia che rispecchia la situazione regionale, con una popolazione carceraria complessiva che si attesta oggi a 4686 persone, a fronte di una capienza "ufficiale" di 3976 posti. Ma il quadro reale, secondo l'ultima relazione del garante regionale dei detenuti Bruno Mellano, è ancora più allarmante.
Perché evidenzia una notevole discrepanza tra il numero di posti disponibili "sulla carta" e quelli effettivamente accessibili, a causa della chiusura temporanea di alcune sezioni per problemi strutturali, sanitari o per la semplice necessità di manutenzione straordinaria. Con il risultato che a oggi la capienza effettiva è di appena 3700 posti: cioè circa mille in meno di quanti ne servirebbero.
Le norme stabiliscono che ogni persona in carcere dovrebbe avere a disposizione uno spazio di 9 metri quadrati, che diventano 14 se condivide la cella con un'altra persona. Impossibile se alla fine dello scorso anno al Lorusso e Cotugno c'erano quasi 400 persone in più di quel che lo spazio consentirebbe. Il sovraffollamento, nodo comune a tutti gli istituti di pena italiani, produce un duplice effetto. Il primo riguarda lo stato di salute dei detenuti. Nel 2018 nel carcere torinese si sono verificati 93 casi di autolesionismo e 125 scioperi della fame o della sete. Un evidente segno dello stato di sofferenza che affligge molti detenuti.
Il secondo effetto colpisce chi dovrebbe occuparsi dei detenuti e sorvegliarli. La pianta organica degli agenti penitenziari, fino al 2016, si fondava su un presupposto, malauguratamente soltanto teorico: un rapporto pressoché pari tra detenuti e guardie carcerarie. E dunque 1.080 agenti previsti per un carcere con una capienza di 1.062 persone.
Ora, come già detto i carcerati, sempre nel 2016, erano 1.321, ma gli agenti assegnati alla struttura 909 e quelli effettivamente in servizio appena 754. La situazione, nei due anni successivi, è andata peggiorando: la forbice si è allargata, sempre più detenuti e sempre meno agenti. Oggi ce ne sono 735, eppure gli assegnati sono 811 e la pianta organica vorrebbe ce ne fossero 894. Invece le persone dietro le sbarre sono diventate oltre 1.400.
Anziché un agente per carcerato la vera proporzione è di un addetto ogni due detenuti. Una differenza non da poco. Una pesante ipoteca sulla possibilità che il personale possa svolgere con serenità ed efficacia il proprio lavoro. E che dire degli altri addetti, come i funzionari che dovrebbero coordinare le attività lavorative, formative, scolastiche e culturali dell'istituto, e osservare la personalità dei detenuti? "Ciascuno segue in media circa 120 persone detenute", annota la relazione della garante Gallo. E qualunque commento può dirsi superfluo.










