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di Luca Rondi 

altreconomia.it, 11 settembre 2025

La Garante delle persone private della libertà personale del Comune di Torino lascia l’incarico dopo oltre dieci anni di attività. In questa intervista racconta da dentro la “frustrazione” nel vedere l’immobilismo della politica rispetto alla “fallimentare e irriformabile” situazione degli istituti di pena. Con particolare riferimento alla condizione di abbandono dei giovani adulti a cui ha dedicato un libro. “Un sistema fallimentare e irriformabile”. Monica Cristina Gallo non usa mezzi termini: la frustrazione è il sentimento che prevale in conclusione del suo secondo mandato da Garante dei diritti delle persone private della libertà personale del Comune di Torino. Il 15 settembre, dopo dieci anni, lascia l’ufficio di via Palazzo di città.

Sono tante le “vene scoperte” che denuncia la Garante. Dalla “chiusura su sé stesso” del carcere cittadino da 1.466 presenze al 31 agosto alla riapertura del Centro di permanenza per il rimpatrio (Cpr) fino all’abbandono dei neomaggiorenni all’interno del Lorusso Cutugno. Proprio su questo aspetto, Gallo ha deciso di scrivere un libro intitolato “18+1. Diciotto anni e un giorno”, pubblicato a maggio 2025 per Effatà editrici per raccontare la solitudine e il “vuoto” vissuto dai più giovani in carcere.

Dottoressa Gallo, che cosa è cambiato in questi dieci anni?

MCG Ho iniziato nel 2015 in un momento pieno di ottimismo e speranza: eravamo all’indomani della sentenza Torreggiani e si aprivano i lavori degli Stati generali dell’esecuzione penale. Si respirava l’idea che qualcosa si stesse muovendo nella direzione giusta. Chiudo, invece, in un momento estremamente difficile, per diverse ragioni: il sovraffollamento è ormai così grave che non riusciamo più a garantire tutti i colloqui individuali necessari; l’approccio, sia all’esterno sia all’interno, è sempre più securitario e il carcere, di conseguenza, si chiude sempre di più su sé stesso. Ed è questo che fa più male: fin dall’inizio abbiamo cercato di costruire collaborazioni con realtà del territorio per portare miglioramenti all’interno, ma da tre anni a questa parte ogni protocollo deve essere preventivamente approvato dal Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria. Una decisione che di fatto ha paralizzato tutto. Un carcere chiuso fa male a tutti: i direttori sono privati della possibilità di essere creativi nella gestione; i funzionari giuridico-pedagogici possono contare sempre meno su quella rete esterna che un tempo sosteneva il loro lavoro, e lo si vede dal numero crescente di chiamate all’ufficio del Garante per situazioni di emergenza; anche gli agenti, sempre più isolati e con meno occasioni di confronto con l’esterno, affrontano difficoltà crescenti. E tutto questo avviene in un clima di generale indifferenza: i cittadini dimenticano facilmente che, dietro a quelle mura, vive un piccolo paese nel cuore della città, con oltre tremila persone tra detenuti, operatori e personale.

Perché al termine del suo mandato ha deciso di scrivere un libro sui neomaggiorenni?

MCG Nel 2020 abbiamo realizzato una ricerca quantitativa per fotografare la presenza e le condizioni dei ragazzi negli istituti, ma non mi bastava. Col tempo, man mano che i giovani ci hanno conosciuto e si sono fidati, hanno iniziato a raccontarsi. Ho sentito il dovere di restituire al mondo esterno ciò che ho ascoltato: la sofferenza dei giovani non è un fatto privato, ma un problema che riguarda l’intera comunità. Non serve entrare in carcere per accorgersene: basta guardare i dati sugli accessi al pronto soccorso e l’aumento dei Trattamenti sanitari obbligatori tra gli adolescenti.

Che cosa ha capito dai loro racconti?

MCG Ho capito che uno degli aspetti decisivi è il distacco col mondo adulto. Per questo ho coinvolto anche collaboratori più giovani, nel tentativo di creare relazioni di fiducia. C’è un dato innegabile: l’immobilismo. In dieci anni i percorsi formativi non si sono mai evoluti e i corsi tradizionali -elettricista, carpentiere, falegname- non riescono più a intercettare né a coinvolgere questi ragazzi. Non possiamo restare fermi mentre il loro movimento, non solo fisico -migliaia di chilometri percorsi dai giovani stranieri- ma anche emotivo, è rapidissimo. Mi auguro che all’esterno questo sia un momento di riflessione e studio, per affrontare davvero il problema. In carcere, purtroppo, non è così: il ministero ha ascoltato le mie preoccupazioni ma non è stato fatto nulla di concreto. E nel frattempo i giovani restano abbandonati.