di Luana Tolomeo
interris.it, 3 agosto 2026
Adriano Moraglio racconta l’impegno della Goccia di Lube ETS per il reinserimento lavorativo di detenuti ed ex detenuti, contrastando la recidiva. Adriano Moraglio ha fatto il giornalista professionista lavorando all’Agenzia Ansa e al Sole 24 Ore, svolge l’attività di scrittore (pubblicando più di trenta libri) e da quasi vent’anni è impegnato in attività di volontariato “a favore di detenuti o persone sottoposte a misure alternative al carcere”; guida l’associazione La goccia di Lube ETS che si occupa di chi sta scontando la pena fuori dal carcere seguendone il reintegro nel mondo del lavoro. Un’associazione che opera a Torino dal 2018 “accanto a chi vuole ricominciare nella propria vita con serietà, lealtà e impegno dopo aver vissuto l’esperienza - dura, faticosa, spesso umiliante - della restrizione della libertà: prima in carcere poi al di fuori, con le cosiddette misure alternative”. La goccia di Lube, mira a sensibilizzare la collettività a recuperare chi ha sbagliato nei confronti della società per “una civiltà dell’amore e della giustizia” che “combatte in questo modo la recidiva di ogni reato”.
In particolare, di quali categorie di persone si occupa l’associazione La goccia di Lube?
“Le persone che seguiamo e alle quali cerchiamo di assicurare un lavoro sono principalmente soggetti che stanno scontando all’esterno la propria condanna (specie nella parte finale della pena) - con l’assegnazione in prova al servizio sociale, o con la detenzione domiciliare, o con la ‘messa alla prova’ invece di essere sottoposte a procedimenti giudiziari per reati minori. Operiamo nel territorio della provincia di Torino e prendiamo in carico adulti o giovani adulti che sono in vario modo sottoposti a restrizioni della libertà per aiutarli, nel loro percorso verso una vita normale, a trovare un posto di lavoro”.
Quali sono le difficoltà maggiori per una persona che sta scontando all’esterno la pena residua della sua condanna?
“Sicuramente questa è la fase più difficile e rischiosa del ritorno in società che la persona deve affrontare: letto e cibo non sono più assicurati dall’istituto penitenziario ed occorre guadagnarsi da vivere. Parliamo di soggetti particolarmente fragili perché oltre alle restrizioni della libertà devono trovare un lavoro che permetta loro di mantenersi e vivere nella società, con i problemi di tutti i ‘liberi’”.
Perché la scelta di occuparti di questa categoria di persone?
“Chi sta scontando la pena fuori è gente che vive attorno a noi, nei nostri condomini, che percorre - quando è a loro permesso - le nostre stesse strade, i negozi, le scuole dei figli. Il nostro obiettivo è realizzare progetti per favorire il reintegro di queste persone nel mondo del lavoro. Il lavoro, in quanto strumento principale della realizzazione della persona, costituisce l’aspetto più significativo ai fini della responsabilizzazione dei detenuti. Il lavoro è infatti il mezzo più adeguato, forse l’unico, per costruire una società di uomini liberi e uguali, nel segno dell’art. 3, co. 2° della Costituzione. Il lavoro proprio nella prospettiva del reinserimento della persona nella società diviene un elemento assolutamente insostituibile; il lavoro è il principale strumento per favorire l’abbattimento del fenomeno della recidiva di reati”.
Come nasce questo impegno?
“Nasce da una ‘azione caritativa’ svolta nell’ambito del circuito penitenziario che sta diventando sempre di più un’opera sociale. Nasce dalle testimonianze di ex detenuti che confermano l’importanza dell’esperienza di lavoro sia dentro l’istituto penitenziario sia all’esterno. L’attività lavorativa consente di impiegare il tempo in modo più proficuo e di progettare un futuro ‘normale’, una volta conclusa l’espiazione della pena. D’altronde, come è noto le opportunità lavorative riducono i casi di recidiva e di ricadute nella devianza. Risultati significativi sul reinserimento degli ex detenuti sono stati raggiunti anche grazie alla formazione professionale che viene svolta all’interno degli istituti penitenziari”.
In concreto, quali sono i progetti dell’associazione che mirano ad un autentico percorso di reinserimento sociale?
“Nella difficile fase del passaggio dal carcere alla quasi libertà, l’associazione offre processi di accompagnamento, per favorire una società più inclusiva. A fronte del pesante disagio economico e sociale in cui versano queste persone, il nostro obiettivo è quello di fornire un percorso di reinserimento sociale che, attraverso il lavoro, conduca all’emancipazione e alla prevenzione della recidiva. Rientrano in tale ottica, il progetto Impresa Accogliente e le borse di lavoro trimestrali, completamente gratuite per le imprese che si rendano disponibili a ospitare con tirocini in azienda persone in esecuzione penale esterna, con uno stipendio mensile di 800 euro. Si tratta di uno strumento molto agile per mettere alla prova candidati proposti dal progetto e per permettere agli imprenditori di testare le persone”.










