sito

storico

Archivio storico

                   5permille

   

di Federica Cravero

La Repubblica, 11 giugno 2022

Cosima Buccoliero dirige il carcere di Torino da gennaio: “Io penso che pochissimi si ricorderebbero di disegnare il carcere, se dovessero disegnare la mappa di una città. Ci metterebbero magari l’ospedale, il tribunale, la scuola, il parco giochi, l’asilo, ma difficilmente si ricorderebbero del carcere. Perché il carcere lo guardiamo da lontano e lo consideriamo come qualche cosa di altro rispetto a noi”.

È uno dei passaggi del libro “Senza sbarre - Storia di un carcere aperto” che Cosima Buccoliero, da gennaio direttrice del carcere di Torino, ha scritto con Serena Uccello per Einaudi e che presenta domani alle 18 al Circolo dei lettori con il garante regionale dei detenuti Bruno Mellano, la garante di Torino Monica Gallo, Davide Mosso dell’Osservatorio carcere e la provveditora regionale Rita Russo.

Nel libro Buccoliero parla di sé, di come si sia trovata a fare questo lavoro, dell’incubo ricorrente di entrare in carcere da detenuta e non da direttrice, ma soprattutto parla della sua idea di carcere, a partire da quella che ha contribuito a costruire a Bollate.

Un carcere senza sbarre: è possibile anche a Torino?

“La mia idea è molto chiara e tutti i miei sforzi anche a Torino sono indirizzati a una maggiore apertura verso l’esterno, a creare un ponte tra dentro e fuori. La pandemia ha provocato una battuta d’arresto in molti progetti, ma dobbiamo lavorare con maggiore energia per ripianare tutte le buone prassi che anche qui erano state realizzate”.

Ci sono già delle idee concrete?

“Stiamo riattivando le convenzioni con Torino e altri Comuni per i lavori socialmente utili, che sono anche una forma di riparazione sociale. Non si può pensare che persone che stanno all’ozio per periodi più o meno lunghi si ripuliscano da soli solo stando in carcere”.

Al Lorusso e Cutugno sono ancora vive certe ferite, come l’inchiesta sulle presunte torture o sul reparto psichiatrico Sestante, fino alla “sezione filtro” che ha indignato la ministra Cartabia. Sta provando a voltare pagina?

“Voltare pagina non ci va: dobbiamo capire dove ci sono state incomprensioni in passato, affrontarle e risolverle. Quando sono arrivata ho trovato un clima tranquillo e una grande voglia di riscatto”.

Da dove si inizia per cambiare le cose?

“A Torino i problemi sono soprattutto strutturali: mancano spazi, c’è un grande sovraffollamento e ci sono troppi “circuiti”, con detenuti che hanno esigenze diverse. Abbiamo il sostegno dell’amministrazione penitenziaria, tuttavia ad alti livelli si dovrebbe anche lavorare per capire che carcere vogliamo per il futuro. L’utenza è cambiata nel tempo: per esempio si dovrebbero prevedere nuove figure professionali per preparare i detenuti al momento della scarcerazione, per evitare che riprendano le vecchie strade”.

A Bollate si è raggiunto un tasso di recidiva del 17 per cento contro una media nazionale del 70. Come sta Torino?

“Il Lorusso e Cutugno è in linea con la media nazionale, ma non si può fare un paragone perché si tratta di due istituti diversi, a Torino c’è un maggiore turn over ed è una casa circondariale con tanti tipi di detenuti con percorsi differenti. Però l’obiettivo a cui tendere è lo stesso: abbassare la recidiva e aumentare la sicurezza sociale. Non si tratta di buonismo”.

Lei ha sottolineato che pochi, dovendo disegnare la mappa di una città, segnerebbero il carcere. Perché?

“Perché non lo si vuole vedere. Ed è stato un errore in passato portare le carceri in periferia, invece ci dovrebbe rassicurare vedere un carcere in centro e vedere le persone che poi torneranno tra noi. Per questo per esempio trovo molto utile il lavoro con le scuole, per parlare di carcere ai più giovani”.

Al Lorusso e Cutugno sono aumentati i detenuti molto giovani, che sono il 10 per cento. È un caso solo torinese? Come si affronta?

“Ho trovato questa situazione anomala arrivando qui, ma non so se nello stesso periodo sono aumentati anche altrove i giovani detenuti. Fa specie vedere così tanti ragazzi in cella, soprattutto stranieri e bisogna anzitutto capire cosa c’è dietro. La garante dei detenuti Gallo sta facendo un lavoro di ricerca su questi ragazzi e dall’esito potremo capire come agire”.