di Elisa Sola
La Stampa, 7 settembre 2024
Le donne del carcere Lorusso e Cutugno hanno iniziato la loro protesta più estrema. Angela, Letizia, Dezdemona e Adina sono state le prime ad annunciare il proclama. “Da oggi facciamo lo sciopero della fame”, hanno detto ieri mattina al medico penitenziario che ha letto, come da prassi in questi casi, i rischi che comporta la privazione del cibo. Dopo Angela e le sue compagne, sono arrivate tutte le detenute della prima sezione. Ad annunciare, al dottore e alle agenti, la stessa cosa: “Ci uniamo alla protesta. Smettiamo di mangiare”. Le hanno seguite Amanda, Katherine, Jessica e Agostina. Le recluse della seconda. Accompagnate da quelle della terza. Alla fine della mattinata le hanno contate: erano 57.
Cinquantasette donne che da giorni, mesi e anni vivono dietro alle sbarre delle Vallette. In condizioni diventate “insopportabili”. E così, quello che Angela e le altre avevano annunciato all’inizio di agosto in una lettera rivolta al presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, da ieri è diventato reale. Una protesta di massa.
“Siamo le ragazze detenute nel carcere di Torino - avevano scritto al Capo dello Stato - con questo scritto vorremmo divulgare pubblicamente che il giorno di Ferragosto faremo lo sciopero del carrello rifiutando il cibo dell’amministrazione penitenziaria e che quando terminerà la pausa estiva del Parlamento inizieremo lo sciopero della fame ad oltranza e a staffetta, pacificamente, affinché venga concessa la liberazione anticipata speciale o qualsiasi misura che riduca il sovraffollamento e riporti respiro a tutta la comunità penitenziaria”.
Ieri mattina, le detenute hanno spiegato la stessa cosa, elencando i motivi della protesta corale. “Condizioni di vita disumane”. “Sovraffollamento”. “Carenza di assistenza sanitaria”. Sono le frasi finite nella relazione di servizio che verrà inviata per conoscenza alle autorità e alla procura di Torino.
Le donne recluse al Lorusso e Cutugno hanno spiegato che lo sciopero della fame è stato indetto, oltre che per questi motivi, anche per solidarietà al detenuto di 18 anni morto carbonizzato due notti fa nel carcere di San Vittore a Milano, per un incendio. “Il decreto carceri non serve a nulla - avevano scritto al Capo dello Stato - il sistema andrebbe riformato da zero. C’è poco personale e il reinserimento non esiste. Ci affidiamo al presidente Mattarella affinché scuota l’indifferenza dei decisori. Non c’è più tempo”. La lettera si concludeva con un appello: “Chiediamo a coloro che si sono indignati rispetto alle condizioni di detenzione di Ilaria Salis di fare lo stesso per le condizioni di noi ristretti in Italia”. È passato un mese da quella richiesta disperata. Non si è indignato nessuno. E adesso le detenute di Torino hanno smesso di mangiare.










