di Marina Lomunno
La Voce e il Tempo, 26 luglio 2025
A Torino ci sono due penitenziari: quello per gli adulti, il “Lorusso e Cutugno” nel quartiere Vallette e l’Istituto penale minorile “Ferrante Aporti” a Mirafiori. Ma chi conosce la situazione del Cpr, Centro di permanenza per il rimpatrio in corso Brunelleschi, non esita ad affermare che in città i luoghi di reclusione siano tre. Come la “Rete torinese contro tutti i Cpr” a cui aderiscono 30 realtà cittadine, istituzioni, sindacati enti del Terzo settore, tra cui Circoscrizione 3, Cgil, Pastorale migranti della diocesi, Gruppo Abele, Acli, Agesci, Gioc, Associazione famiglie accoglienti.
La Rete è nata nel dicembre 2024 nella sede della Circoscrizione 3, territorio in cui sorge il Cpr, per chiedere la chiusura di tutti i Centri per il Rimpatrio e intitolata a Moussa Balde, il 23enne della Guinea che si uccise nel Cpr di Torino nel 2021 dopo l’arresto a Ventimiglia perché privo di documenti e rinchiuso nella struttura di corso Brunelleschi. Il Cpr, dopo il suicidio di Moussa, a causa di tensioni, rivolte e disordini, era stato chiuso a marzo 2023 per poi essere riaperto nel marzo 2025, dopo due anni di lavori di ripristino dell’edificio.
Attualmente solo tre aree su sei sono agibili, affidate al gruppo Sanitalia che si è aggiudicato il bando da 8,4 milioni di euro per la gestione del Cpr che ospita attualmente 60 persone con una capienza massima di 70. Nella struttura, che dipende dalla Prefettura dove dovrebbero stazionare i migranti per massimo 18 mesi (salvo rimpatri) trattenuti perché senza documenti o con irregolarità e scadenze dei permessi di soggiorno (come denuncia la Rete e la garante delle persone private della libertà personale del Comune Monica Cristina Gallo).
In realtà vivono come detenuti in condizioni disumane senza azioni positive per l’integrazione una volta usciti. Oltre tutto nei Cpr non è permesso verificare le condizioni dei ristretti perché solo ai consiglieri regionali è permesso l’accesso e con difficoltà agli avvocati degli internati.
“Siamo molto preoccupati perché di fatto la permanenza nei Cpr delle persone - per la maggior parte immigrate in Italia in cerca di una vita migliore - è una forma di ‘detenzione amministrativa’ come abbiamo evidenziato nell’ultima assemblea pubblica della Rete promossa il 7 luglio scorso per sensibilizzare l’opinione pubblica sul fallimento del Centro” sottolinea Giovanni Belingardi, referente dell’Associazione famiglie accoglienti che aderisce alla Rete per informare con iniziative pubbliche la cittadinanza sulla condizione di criticità e senza prospettive dei Cpr dove non sono garantiti i diritti basilari come ad esempio le cure mediche, il conforto per chi è nella solitudine, le visite di associazioni di volontariato.
Inoltre durante un incontro pubblico promosso dalla Rete è emerso nel Cpr un utilizzo elevato di psicofarmaci non giustificato dalle condizioni di salute dei ristretti. “Su 196 persone transitate da marzo ad oggi solo 18 sono stati reimpatriati” prosegue Belingardi “Allora ci chiediamo l’utilità di tenere in piedi una struttura che non risponde alle esigenze per cui è nata (la sosta prima del rimpatrio) e non offre la possibilità alle persone - che spesso non sanno neppure perché si trovano reclusi - di trascorrere i 18 mesi in modo proficuo, imparando un mestiere, l’italiano o regolarizzando i documenti in vista del reinserimento. Così si rischia che, una volta fuori del Cpr, i migranti finiscano nelle mani dell’illegalità con tutto quello che ne consegue”.











