di Elisa Sola e Caterina Stamin
La Stampa, 3 agosto 2024
Una strategia organizzata da giorni. Pensata nelle celle. Spiegata durante le ore d’aria nei cortili. E comunicata da un carcere all’altro grazie ai cellulari. Oggetti proibiti nelle galere. Eppure usati e nascosti nelle crepe dei bagni. Al telefono ci si può dire di tutto. Anche a che ora iniziare a mettere a ferro e fuoco le due carceri della quarta città d’Italia. È stata una doppia rivolta a catena quella che ha devastato l’istituto penitenziario minorile Ferrante Aporti e il Lorusso e Cutugno di Torino. Una sommossa a più atti. Studiata per attirare i poliziotti nel primo carcere. Sfiancarli. E poi disperderli, attirandoli nel secondo istituto penitenziario dove è stato inscenato il tumulto finale.
Una dispersione trappola premeditata, anche questa da giorni, per raggiungere l’obiettivo finale. Tentare la prima grande evasione di massa dal Ferrante Aporti di Torino. Uno degli istituti penitenziari minorili più sovraffollati e critici d’Italia. Dove sono stipati 52 ragazzi quando ce ne starebbero dieci di meno. A fuochi spenti, con due prigioni distrutte e i cumuli di cenere ancora fumanti, due inchieste sono state aperte e corrono parallele. La procura di Torino - pm Gianfranco Colace e aggiunta Patrizia Caputo - e la procura dei minori - guidata da Emma Avezzù - raccolgono testimonianze. E ipotizzano le prime cause della doppia agitazione che ha lasciato a terra trenta intossicati e feriti lievi, tra agenti e detenuti. Non è questo il tempo delle certezze. Ma le informazioni che da ore circolano tra le forze della penitenziaria sono concordanti.
Rivela uno degli agenti: “I detenuti del carcere minorile hanno parlato con quelli delle Vallette. I grandi volevano fare evadere i piccoli. E per farlo, mentre i piccoli incendiavano tutto in corso Unione sovietica, hanno fatto lo stesso. Così la polizia si è dispersa. E dal Ferrante Aporti potevano scappare”. Al minorile, gli ultimi dodici li hanno fermati a mezzanotte. Quando erano già nel campo sportivo. Pochi metri e avrebbero scavalcato.
La battaglia vera e propria è durata dalle otto di giovedì sera all’alba del giorno dopo. Ora che tutto è finito, c’è la madre di un detenuto che ricorda: “Eravamo rimasti in pochi in sala colloqui. Ero quasi l’ultima. Erano le sette. Sembrava tutto tranquillo. Ma c’era un’aria strana. Giravano i cani anti droga. Hanno sequestrato delle dosi. E mio figlio, prima di tornare in cella mi ha detto: Ma’, vedrai stanotte che casino che succede”.
Sono quasi le 20. Al Ferrante Aporti ci sono 52 detenuti dai 16 ai 25 anni che hanno finito di cenare. Hanno terminato anche l’ora d’aria. Rientrati dal cortile non risalgono nelle celle. Il primo rogo lo appiccano al piano terra, con i libri della biblioteca. È scattata l’ora x. Spaccano il refettorio, sradicano i lavandini. Fanno a pezzi i water. La sala regia viene distrutta per prima. Così nessuno potrà vedere sui monitor la devastazione. Le telecamere vengono fatte a pezzi. Come gli armadi e le scrivanie della direzione. Bruciano i documenti. Le porte sradicate. I vetri frantumati. Non resta niente di integro. Hanno bastoni e spranghe.
L’orda sale ai piani delle celle. Materassi a fuoco. Qualcuno ruba le chiavi e i telefonini che servono a fare le video chiamate ai parenti per filmare. È il grande giorno. Tra i capi che verranno individuati come promotori della rivolta, ci sono due italiani. Uno ha già compiuto 18 anni. L’altro ne ha sedici. Il suo nome è noto. È uno dei tre ragazzi che, la notte del 21 gennaio 2023, ha lanciato la bici ai Murazzi contro Mauro Glorioso, studente di Medicina rimasto tetraplegico.
Difeso dall’avvocato Domenico Peila, il sedicenne è stato condannato per tentato omicidio. In carcere non sta migliorando. A giugno ha fatto irruzione in direzione per distruggere le relazioni della penitenziaria scritte su di lui. Ha minacciato un agente. Gli ha urlato “pezzo di merda”. Si è barricato dentro e ha ribaltato una scrivania. Con la stessa rabbia ha aggredito l’altro ieri, insieme a 50 compagni di cella, i sette agenti che erano in servizio la notte della sommossa. Sette poliziotti usciti fuori per restare vivi.
I vigili del fuoco sono stati i primi ad arrivare. Sono entrati, sono stati aggrediti e sono usciti. Sono arrivati i rinforzi. Ma nessuno ha messo più piede lì dentro. “È l’apocalisse”, ha detto uno. Soltanto più tardi, quando sono accorsi agenti della penitenziaria da tutto il Piemonte, c’è stata l’irruzione. Ma in quel momento è scattato il secondo allarme. “C’è una rivolta anche alle Vallette”.
I rinforzi si sono dirottati là. Anche al Lorusso e Cutugno le fiamme hanno devastato tutti. E c’è un poliziotto, tra gli altri, che ha rischiato la vita. Che, ancora sotto shock, racconta: “Sono rimasto solo nel corridoio. In due mi hanno minacciato. Uno mi puntava un coltello alla gola, l’altro alla pancia. Volevano le chiavi per uscire all’esterno. Erano completamente ubriachi. Non ho potuto fare niente altro se non aprire quella porta. Ero solo contro tutti loro”.









