di Federica Vivarelli
Corriere di Torino, 22 aprile 2022
Vestiti cuciti a mano da donne già vittime di violenza. C’è Jenna: rimasta orfana, prima dimenticata e poi abusata dai familiari. Violentata, sfruttata, mortificata, accusata di diavoleria, scappata con i barconi e dopo dalla prostituzione. C’è Fatima: in fuga da un paese di guerre e violenze se non trova lavoro rischia di non avere i documenti e perdere quello che ha costruito finora con i suoi tre bambini.
Storie che colpiscono allo stomaco raccontate così, tra una stoffa e l’altra. Perché ad un certo punto questi racconti sono diventati abiti. È partita in questi giorni la quarta collezione di “Colori vivi”: è l’autunno inverno, fatta di pantaloni a palazzo, camicie gialle, giacche color champagne. Tutto realizzato a Torino. Cuciti a mano, da cinque donne migranti e due italiane accumunate dall’essere state vittime di violenza.
Vestire Colori Vivi vuol dire “indossare bellezza, perché vestirsi per queste donne è diventato un motivo per farsi belle. Per avere cura insomma - spiega Barbara Spezini, amministratrice delegata dell’azienda. Non vogliamo vivere solo di finanziamenti: vorremmo davvero riuscire a creare un mestiere”. Colori Vivi è un’impresa sociale, ma nasce prima come associazione: “Eravamo educatori e incontravamo queste donne in situazioni paradossali: dovevano trovare nel giro di sei mesi o un anno il lavoro, imparare una lingua, con il rischio di essere allontanate - spiega Spezzini -. Oggi si chiama
Colori vivi è una sartoria sociale dove lavorano cinque donne migranti e due italiane accumunate dall’essere state vittime di violenza. Gli abiti sono cuciti a mano e tutto viene realizzato a Torino in Via Parini 9 innovazione sociale, ma è successo semplicemente che insieme ad altri educatori abbiamo deciso di unirci”. Nasce così l’associazione “Articolo 10”. Quello che garantisce il diritto d’asilo per la Costituzione italiana. “Dal 2020 siamo un business model replicabile. È un luogo di lavoro ma anche di formazione di alto livello - continua l’ad -. Siamo una sartoria sociale”. La nuova collezione ha l’aiuto di Alessandro Montanaro, coordinatrice di fashion design allo IED di Torino. I laboratori sono in via Parini 9, dove una volta c’era una sartoria militare. I vestiti sono realizzati da scarti di stoffe o di riciclo per un impatto minore sull’ambiente. Entrare in sartoria qui vuol dire macchine al lavoro, incrociare tanti sorrisi, tante lingue. “C’è energia e c’è accoglienza - puntualizza Spezini. È possibile toccare e provare i vestiti. Ci sono tutte le taglie ma non tutti i colori. Si consulta il campionario e viene realizzato. Si spreca decisamente di meno, oltre ad avere un ottimo prodotto fatto a mano”.
I prezzi vanno dai 109 ai 136 euro per i pantaloni, 169 euro per le giacche, 149 per le camicie. “Ci siamo chieste se aumentare i prezzi per i costi che sono aumentati - spiegano dalla sartoria -. Ma poi abbiamo capito che in qualche modo dobbiamo contrastare questa guerra, questi sono gli strumenti che abbiamo a disposizione”. Basta nominare la “guerra” che subito l’atmosfera si fa tesa. “Non oso neppure immaginare cosa sta succedendo alle donne in Ucraina e alle storie che arriveranno qui”, spiega l’barbara con la voce rotta. Insieme a un appello alle aziende di Torino: “Assumete le nostre tirocinanti, sono davvero preparate”.










