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di Marina Lomunno

La Voce e il Tempo, 28 dicembre 2024

Chi ha partecipato, nella mattinata di venerdì 20 dicembre, alla Messa di Natale all’Istituto penale minorile “Ferrante Aporti” ha compreso perché proprio qui don Bosco - come scrive nelle “Memorie dell’oratorio” - ha avuto l’intuizione del “sistema preventivo”. “Chi sa, dicevo tra me, se questi giovanetti avessero fuori un amico, che si prendesse cura di loro, li assistesse e li istruisse nella religione nei giorni festivi, chi sa che non possano tenersi lontani dalla rovina o al meno diminuire il numero di coloro che ritornano in carcere? Comunicai questo pensiero a don Cafasso, e col suo consiglio e co’ suoi lumi mi sono messo a studiar modo di effettuarlo”.

Siamo nel 1855 alla “Generala” (oggi il “Ferrante Aporti”): qui don Bosco, su invito del suo padre spirituale don Giuseppe Cafasso, incontra nelle sue visite i ragazzi detenuti ed è da quei pomeriggi trascorsi con i “giovanetti discoli e pericolanti” che inventa l’oratorio che lo consacrerà il “santo dei giovani”. Ed è per questo che da allora i cappellani che si sono succeduti fino ad oggi sono salesiani. Don Silvano Oni, successore di don Domenico Ricca, scomparso nel marzo scorso dopo 40 anni al “Ferrante”, ha preparato la Messa presieduta dal Vescovo ausiliare mons. Alessandro Giraudo, invitando il coro delle ragazze dell’oratorio salesiano San Paolo guidato dal confratello don Piero Bossù.

La prima lettura del profeta Isaia è stata letta in arabo da un novizio salesiano che ha studiato in Tunisia, perché la maggior parte dei 46 giovani reclusi è musulmano. Con lui erano presenti gli altri novizi che ogni sabato, con il loro maestro don Enrico Ponte, vanno all’ “oratorio” del “Ferrante” sulle orme di Bosco che trascorreva i suoi pomeriggi alla Generala a chiacchierare e a giocare con i ragazzi reclusi. Alla Messa, accanto ai giovani detenuti, c’era il direttore Giuseppe Carro, il Procuratore dei minorenni del Piemonte e della Valle d’Aosta Emma Avezzù, il vicesindaco Michela Favaro e poi gli educatori, gli agenti penitenziari, gli insegnanti.

All’inizio della Messa, dopo i saluti di don Silvano, uno dei ragazzi ha letto una lettera a nome di tutti i compagni che sono al Ferrante perché hanno sbagliato. Parole semplici e dirette, di chi vuole trasmettere un messaggio profondo in una lingua che non è la sua. È straniero, come la maggior parte dei suoi compagni e si trova in Italia da solo e senza famiglia. Passa velocemente in rassegna le sue disavventure: dormire per strada, essere senza soldi e senza mangiare, aver patito il freddo, aver avuto paura, aver rubato, spacciato.

E poi essere stati in balia di persone senza scrupoli e non aver nessuno che dicesse loro cosa fosse giusto fare e cosa no. Racconta l’angoscia e il nodo alla gola che sale quando si vive in un contesto in cui si viene privati della libertà, cosa si prova nel vedere gli uccelli che volano in libertà, quando loro questa libertà non ce l’hanno. Descrive il momento delle videochiamate in cui le loro mamme piangono per loro… Ma nonostante tutto, dentro l’Istituto ci sono anche cose buone: le attività, la scuola, tante persone che ci vogliono bene, un bravo direttore, un comandante che aiuta chi vuole cambiare e le educatrici che fanno tante cose per noi.

Conclude la lettera augurando a tutti i presenti feste felici, ringraziandoli per la loro presenza e chiede una preghiera per loro, perché una volta usciti, possano trovare un lavoro, l’unica cosa che desiderano veramente. Parole che commuovono tutti, anche mons. Giraudo che, nell’omelia, ricorda che il Bambino che a Natale nasce al freddo in una grotta le viene per tutti: “Dio ha scelto di farsi piccolo e di abitare nella nostra vita: anche lui è stato straniero, solo, ha avuto paura, fame. Ha condiviso la nostra condizione umana per essere presente anche quando sembra crollarci tutto addosso. Per questo in ognuno dei vostri c’è un riflesso del volto di Dio. Pensiamoci quando ci guardiamo negli occhi”.