di Massimiliano Nerozzi
Corriere di Torino, 25 aprile 2022
Rapporto madre-figlio, a Torino un modello di custodia attenuata: ne parla una tesi. La pressoché negazione dell’affettività è come fosse una pena accessoria cui sono condannati i detenuti, nonostante le norme (spesso) nulla dicano sul tema o auspichino addirittura il contrario.
Qualche legge ci sarebbe, ma “si rivela di non facile concretizzazione”, conclude Carlotta Genovese, nella tesi in sociologia giuridico-penale con cui s’è appena laureata in giurisprudenza: “Il difficile connubio tra affettività e carcere: un’analisi comparativa” (relatore, il professor Giovanni Torrente).
La sessualità, in particolare, è “totalmente negata”, attraverso “un silenzio normativo, soprattutto a causa della previsione di un obbligatorio controllo a vista del personale di custodia durante i colloqui”, dettata dall’articolo 18 dell’ordinamento penitenziario. Eppure, ricorda Genovese, diversi stati facenti parte del Consiglio d’Europa hanno adeguato le proprie leggi al fine di garantire “una vita affettiva e sessuale attraverso la predisposizione di misure e luoghi appositi”. Capita così che il rapporto affettivo con il partner finisca in confinato alle lettere: “Una penna, un foglio, una busta e un francobollo - scrive un detenuto - pochi oggetti indispensabili per farmi sentire ancora vivo, punti di forza per continuare a sopravvivere e resistere, anziché soccombere”. Morale: “È evidente come l’attuale normativa penitenziaria italiana sia estremamente limitata e, spesso, antitetica rispetto alla continua evoluzione dell’ordinamento comunitario e internazionale”.
Va solo un pochino meglio quando l’affettività viene declinata in genitorialità: anche se, fatta eccezione per casi particolari, “tali attimi sono fruibili solo all’interno delle mura del carcere, indubbiamente troppo fredde e asettiche e che, di fatto, limitano l’esercizio del ruolo genitoriale, il quale viene a tutti gli effetti anestetizzato”. Il tutto, dipende anche dai benefici: “Sono passati molti anni, 23, questo Natale ho sognato di venire a casa, ma mi hanno ancora detto di no - annota un altro detenuto - e ora non ho più sogni. Siete solo voi quello che mi resta della mia vita. Perdonatemi se vi lascio soli anche questo Natale e per tutti quelli che verranno”.
Negare o rendere complicato il rapporto genitori-figli può avere disastrose conseguenze, secondo uno studio del 2012: “Avere padre o madre in carcere aumenta la probabilità di commettere crimini già durante la minore età”. Di più (purtroppo), dando un’occhiata ai dati dell’associazione Bambinisenzasbarre: “In Italia ci sono 43.000 bambini con genitori detenuti e, di questi, il 30 per cento avrebbe un destino di carcere assicurato, proprio per tale condizione”.
Al solito, dall’estero c’è quasi sempre da imparare, fino all’esempio dei colloqui “Pollicino”, istituiti nel Canton Ticino: “Avvengono la domenica in una saletta adibita per accogliere i bambini, fornita di cucina, giochi e tutto il necessario per dotare il luogo di una parvenza di normalità”. Particolare attenzione c’è per il rapporto madre-figlio, per il quale da noi è stato istituito un modello di custodia attenuata (Icam): 4 in Italia, uno di a Torino. Nei casi dove non è concessa la detenzione domiciliare speciale. Dopodiché, spesso il grande ostacolo è costituito dall’edilizia penitenziaria: gli ambienti “avrebbero bisogno di un completo restauro, per rispettare la sensibilità e la fragilità dei minori per i quali, allo stato attuale, un incontro con il genitore può rappresentare un momento tanto desiderato quanto temuto









