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di Marina Lomunno

La Voce e il Tempo, 7 aprile 2023

Le celebrazioni della Settimana Santa per l’Arcivescovo sono iniziate mercoledì 5 nella Casa Circondariale “Lorusso e Cutugno”: è la seconda volta dal suo ingresso in diocesi che mons. Roberto Repole presiede la Messa nella cappella del penitenziario con i detenuti e le detenute.

Il 20 dicembre scorso, in occasione delle festività natalizie, “aveva cresimato tre nostri compagni”, ci ricorda un detenuto, mentre il coro guidato dai cappellani don Silvio Grosso e don Guido Bolgiani prova i canti per la celebrazione, “ci fa piacere che sia tornato, anche per Pasqua: per noi qui le festività sono i momenti peggiori.

Siamo lontani dalle nostre famiglie, ci sentiamo più soli”. “Io non l’ho mai visto”, ci dice il suo vicino, “sono entrato da pochi mesi, mi hanno detto che è giovane”. Inizia la Messa, partecipano la direttrice Cosima Buccoliero che ha accolto l’Arcivescovo, la responsabile dell’Area Trattamentale Arianna Balma Tivola, gli agenti penitenziari, i volontari.

“Sono molto contento di essere qui con voi a iniziare le celebrazioni della Settimana Santa”, esordisce mons. Repole. “La Passione e la morte di Gesù non sono la fine di tutto e ci dicono che anche in un luogo come questo, dove si può perdere la speranza, la morte non è la fine, Gesù risorge”. Mons. Repole ha commentato il Vangelo di Matteo, l’ultima cena di Gesù con i dodici discepoli, tra cui Giuda che lo tradirà: “Rabbì, sono forse io?”.

“L’amicizia - ha detto l’Arcivescovo - è una delle cose più belle della nostra vita. Un amico è la certezza di non essere solo, di essere importante per qualcuno, di avere un punto di riferimento nelle difficoltà” dice l’Arcivescovo nell’omelia. “Un amico che ti tradisce - forse è un’esperienza che abbiamo provato tutti - è una ferita profonda, viene tradita la tua fiducia, ti senti perso, sei di nuovo solo”. Anche Gesù aveva amici intimi che per tre anni condividono la sua vita. “Uno di loro lo tradisce”, prosegue l’Arcivescovo, “nel modo peggiore che si possa tradire: lo vende. Quando vendi una persona la tratti come una cosa, una merce. Anche Gesù, che si è fatto uomo come noi, ha provato la solitudine del tradimento. È stato ucciso ingiustamente e tradito da un amico che lo consegna per denaro ai suoi aguzzini”.

Giuda lo tradisce, ma attraverso il tradimento ce lo consegna perché l’umanità non sia più sola. “Quando siamo traditi, delusi, soli, guardando alla Passione e morte di Gesù proviamo a riflettere che attraverso le esperienze negative, le ferite della vita, il Signore ci dona Gesù. Dovunque ci troviamo, anche qui in carcere, nessuno ci toglie la dignità perché Dio ci ama, ad ognuno di noi ha donato suo Figlio per salvarci”. Un’omelia breve, che entra nel profondo perché parla alla vita di ciascuno dei presenti. E scoppia un applauso spontaneo. Un grazie commosso. Al termine della Messa i cappellani ringraziano e invitano l’Arcivescovo a tornare.

La visita di mons. Repole prosegue in due sezioni del carcere per gli auguri e una parola di conforto per chi non è sceso in cappella. Anche per i reclusi che lo desidereranno, avvisano i cappellani, ci sarà la possibilità di partecipare al Triduo pasquale e alla Messa di Pasqua. E tra i prossimi appuntamenti, come ci annuncia Beppe Bordello, “storico” volontario del “Lorusso e Cutugno”, catechista e padrino di uno dei detenuti cresimati a Natale, nel mese di aprile verrà battezzato un detenuto albanese e cresimati due compagni italiani perché “per molti ristretti il tempo della pena è occasione di riflessione sulla propria vita e accade che leggendo insieme il Vangelo si scopra (o si riscopra) in quelle pagine il senso della vita”.