di Sarah Martinenghi
La Repubblica, 26 febbraio 2024
La procura non si arrende e fa appello contro le assoluzioni del carcere delle Vallette. Il pm spiega come non basti considerare “abuso di potere” i reati contestati. “Condotte crudeli, violente, vessatorie, disumane, degradanti e mortificanti” compiute da chi indossava una divisa ai danni di chi in quel momento era privo della libertà personale. Sono state commesse cioè “proprio da chi aveva il compito istituzionale di tutelare i detenuti”. Nel carcere di Torino “c’è stata la tortura dello Stato nei confronti di chi lo Stato stesso avrebbe dovuto tutelare”. Non si arrende la Procura, convinta che le botte, le “spedizioni punitive” e le umiliazioni avvenute tra il 2017 e il 2019 non siano state un “abuso di potere” ma che ci sia stata quella crudeltà e quella volontà di infliggere sofferenze fisiche e psichiche su persone prive di difesa che la Cassazione riconosce come fondamentali per sostenere il reato di “tortura di Stato”.
Perché nel blocco C del penitenziario torinese, destinato ai detenuti che avevano commesso reati a sfondo sessuale, sono avvenute “atrocità”. Come quelle verso un detenuto che non solo era stato picchiato ma “mortificato per i problemi di salute da cui era affetto”. E l’agente Alessandro Apostolico “lo ha umiliato perché aveva bisogno di assumere un medicinale e non si è fatto scrupolo di colpirlo con calci all’addome pur sapendo che era stato sottoposto a intervento all’intestino”. Gli lanciò una pastiglia di Buscopan per terra dicendogli “Tieni pezzo di m..., devi morire qui”: “Una forma crudeltà ulteriore e diversa rispetto alle terribili violenze poste in essere subito dopo. L’obiettivo era uno solo: annullare in quel momento, mortificandola del tutto, la sua persona”.
Calci, pugni, umiliazioni furono “tortura” anche per i garanti. Nell’appello di Monica Gallo, che per prima fece partire le indagini, viene censurato il ragionamento del gup che alleggeriva il ruolo dell’agente che “era ai primi incarichi”. “La scarsa esperienza dell’agente - scrive l’avvocata Francesca Fornelli - ammesso che possa essere qualificata come tale visto che operava in carcere già da 4 anni, non può giustificare qualsivoglia condotta violenta o vessatoria ai danni dei detenuti”. Mentre l’avvocato Davide Mosso che tutela il garante nazionale Mauro Palma chiede la condanna dell’ex comandante Giovanni Battista Alberotanza partendo da un assunto: “Cosa sarebbe accaduto senza gli esposti dei garanti? Non ci sarebbe stato nulla, non ci sarebbe stata l’indagine, questo giudizio e nemmeno il dibattimento a carico degli agenti che hanno scelto il processo ordinario”.
È lungo 105 pagine l’atto di appello del pm Francesco Pelosi contro la sentenza che ha visto condannare a 9 mesi l’agente Alessandro Apostolico (assistito dall’avvocato Alberto Pantosti Bruno) per un unico episodio di violenza, riqualificando il reato in abuso di potere, assolvere dall’accusa di favoreggiamento l’allora comandante Alberotanza, (difeso da Antonio Genovese e Claudio Strata) e infliggere una multa di 300 euro a Domenico Minervini per “omessa denuncia”. Per il pm l’ex direttore deve essere condannato anche per il “favoreggiamento”: non era solo informato di violenze e uso “disinvolto della coercizione fisica” ma anche “consapevole” del ruolo dell’ispettore Maurizio Gebbia che coordinava il padiglione C. Perché “i maltrattamenti risultavano iniziati e soprattutto ricorrenti da quando all’ispettore Gebbia era stato assegnato il comando del reparto”. Era emerso anche dalle visite dei garanti dei detenuti e dai colloqui che “alcuni agenti usavano modi brutali, che in 6 o 7, dopo le 22, prendevano un detenuto, lo portavano in una saletta al piano di sotto e lo picchiavano, che eseguivano perquisizioni punitive in cui distruggevano effetti personali dei detenuti e utilizzavano metodi di pressione per spaventarli e indurli a non denunciare”.
A volte il detenuto “veniva costretto a leggere il capo d’imputazione per cui era in carcere ad alta voce davanti a tutti e a subire lo scherno e gli insulti”. Per il pm nonostante Minervini avesse affermato in una riunione di essere a conoscenza della situazione “non sporgeva denuncia verso Gebbia o anche solo verso ignoti”. E “ha aiutato lui e gli altri autori delle violenze di cui era a conoscenza a eludere le investigazioni”. Anche Alberotanza ha impugnato in appello l’ordinanza che ammette le costituzioni di parte civile: oltre a ribadire che non c’è stato favoreggiamento, sostiene l’inammissibilità dei ricorsi del pm e delle parti civili.









