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di Irene Famà

La Stampa, 26 novembre 2022

“Lanciamo un appello al ministro Nordio: servono sforzi economici che non si limitino alle ristrutturazioni”. Millequattrocento quarantaquattro detenuti su una capienza di 1.100. Più di 600 di loro sono stranieri. E ancora. Il 60% è in carcere su misura cautelare. Più di 500 sono tossicodipendenti. I problemi del carcere di Torino Lorusso e Cutugno li dimostrano i numeri: sovraffollamento, carenza di assistenza sanitaria, detenuti in totale stato di povertà che fuori non vedono futuro e opportunità.

“Il penitenziario di Torino è la fotografia dei mali del sistema penitenziario italiano. Un sistema che ha fallito”. La riassume così Riccardo Magi, deputato di +Europa, in visita oggi al Lorusso e Cutugno insieme a Daniele Valle, vice presidente del consiglio regionale e a Igor Boni, presidente dei Radicali italiani.

Il problema non è solo di Torino, dove la direttrice Cosima Buccoliero mette in campo ogni strumento per far fronte alle carenze del sistema, “ma è strutturale”. L’appello è al ministro della Giustizia Carlo Nordio: “Ne abbiamo apprezzato la sensibilità quando era editorialista, ora aspettiamo che questa sensibilità si trasformi in qualcosa di concreto. E in uno sforzo economico che non si limiti alle ristrutturazioni. Bisogna porsi l’obiettivo di una riforma di sistema”. Servono, sottolinea Valle, “sostegno e assistenza psicologica, una presa in carico dei carcerati da parte della medicina generale. Serve un confronto e un progetto condiviso con l’Asl, con l’assessorato regionale alla Sanità”. E Magi aggiunge: “Molti detenuti hanno problemi di tossicodipendenza. Queste persone non devono stare in carcere e servono investimenti sulle strutture di accoglienza e assistenza”.

Settantasette i detenuti che si sono tolti la vita quest’anno nelle carceri italiane, di cui quattro a Torino. Mille i suicidi sventati. “Questa struttura non rieduca nessuno”. Igor Boni è drastico. “La maggiore carenza è sicuramente quella legata agli aspetti sanitari. E questa responsabilità è una responsabilità regionale”. C’è poi la questione del welfare: “Mi ha colpito la parola povertà, è la prima volta che la sento utilizzata dal direttore di un carcere. Molte delle persone detenute non ha nulla al di fuori, non una famiglia non un lavoro. Questo è indicativo e bisogna tenerne conto per ripensare il sistema. Bisogna investire sulle misure alternative”.