di Caterina Stamin
La Stampa, 29 dicembre 2025
I testi raccontano umiliazioni, solitudine, sogni e riscatto. Sono nati da un laboratorio di scrittura e raccolti nel libro “Un giorno, tre autunni. Il tempo dentro il carcere”. La scelta della direzione del Lorusso e Cutugno è stata quella di non censurare le lettere. Ci sono le urla. Le umiliazioni, le sofferenze, la solitudine. E poi le mancanze: di un profumo, di una candela, dell’acqua frizzante, di un bicchiere di vino, della famiglia. C’è tutto questo nelle lettere delle detenute del carcere Lorusso e Cutugno: denunce collettive per le loro condizioni nell’istituto penitenziario, ma anche messaggi a loro stesse, a farsi coraggio e non perdere la speranza. Sono pensieri, nati durante un laboratorio nella biblioteca civica e scritti dalle donne nelle loro celle, oggi raccolti nel volume Un giorno, tre autunni. Il tempo dentro il carcere. Un libro, curato da Brunella Lottero e Cinzia Morone, che ha vinto il XIII° Premio Letterario Internazionale Poesia, Narrativa, Saggistica Sarzana.
Com’è nato il libro -Com’è nato? “Dentro la biblioteca, gestita dal Comune, abbiamo letto insieme La storia di Elsa Morante - racconta Morone -: una donna che ha sofferto ma che non si è mai pianta addosso, un modello di resilienza. Da qui, abbiamo tratto degli spunti che sono alla base delle loro lettere. Ogni volta che finivamo il laboratorio, le detenute tornavano nelle loro celle e si mettevano a scrivere”. È nato così un tracciato del loro vissuto, messo nero su bianco. A partire dalle condizioni dentro l’istituto penitenziario. “Sono emerse frustrazioni sul modo in cui vengono trattate dentro il carcere - spiega Morone - una denuncia collettiva di quello che non va”.
Tra umiliazioni, isolamento e disagio - Scrive una di loro, che si firma “M.”: “Qui dobbiamo accettare umiliazioni da parte delle assistenti: per la divisa che indossano si prendono la facoltà di mancarti di rispetto, di umiliarti e manipolarti a loro piacimento. Vorrei che tutto ciò non accadesse mai più, per tutte noi”. Un’altra donna racconta il carcere come “un’oscenità, un inferno dove trovo scarafaggi dappertutto. E la testa ti fa riflettere in modo ossessivo”. E un’altra ancora lo descrive come “uno zoo per esseri umani dove solo i bisogni primari animali vengono soddisfatti: cibo, acqua, riparo. Vige un’unica regola: sopravvivere al meglio”.
La sessualità negata - C’è chi lamenta la mancanza di rapporti intimi: “All’interno del padiglione femminile, la sessualità, che è parte della sfera affettiva-emotiva, viene a mancare. Così la si vede esprimere con interminabili lettere d’amore rivolte a detenuti di altri penitenziari, mai incontrati prima, ma che diventano nel nostro immaginario i nostri futuri mariti. I quintali di frittelle e merendine che ingurgitiamo sono la chiarissima evidenza di ciò che ci viene a mancare e che trasformiamo in chili”. Una detenuta scrive invece per denunciare le grida continue: “Tutto tace, ore 7,30 del mattino, una voce urla fortissimo: “Colazione!”. Poi di nuovo il silenzio. Ore 8,45 si sente urlare ancora: “Terapia!”. Tutto prosegue, una giornata triste e desolata. Si sentono solo le urla e si vedono scarafaggi qua e là”. Ma c’è anche chi ringrazia: “Sto bene qui. Ero abituata a stare in strada, povera e sola”.
Tra sogni e riscatto - Tra le pagine, scritte all’incirca da una ventina di donne, ci sono sogni e speranze. “Ho 23 anni, tra qualche giorno ne compirò 24 e sono qui in carcere, per la seconda volta. Da quando avevo 14 anni sono una tossicodipendente: quello che vorrei, quando uscirò, è diventare una nuova persona, che si rispetta e si fa rispettare”. E poi pensieri per chi è fuori: figli, genitori, amici e anche ex compagne di cella. “Mi manca mia figlia: l’ho vista soltanto appena nata, fino ai suoi tre mesi di vita. Non ci siamo ancora viste, praticamente non l’ho ancora cresciuta”. E ancora: “Vorrei poter recuperare la mia vita. Vorrei la musica rap o trap, Vasco Rossi, bere del vino rosso”.
La scrittura come ponte per l’esterno - “Scrivere le lettere contenute nel libro è diventato arma che crea speranza - conclude Morone - Ma è stato anche un modo di creare un ponte: ci ha permesso di portare le loro voci fuori. E ringrazio la direttrice del carcere per non aver censurato nulla”.










