di Massimiliano Nerozzi
Corriere di Torino, 5 giugno 2024
Ascoltata come testimone al processo sulle presunte torture in carcere, l’ex insegnante del Primo Liceo artistico, nella sezione carceraria, racconta la rieducazione dei sex offender: “Leggendo Dante, i detenuti si riscoprono persone”. La salvezza è anche in una terzina della Divina Commedia: “Leggevo Dante e il dolce stil novo a gente grossa e tatuata, che a vederli avresti girato l’angolo, eppure, se riuscivi a smontare quella corazza, sotto ritrovavi un uomo”, racconta Enrica P., per otto anni insegnante di letteratura italiana nella sezione carceraria del Primo Liceo artistico, all’interno del “Lorusso e Cutugno”.
Da poco in pensione - “è stato davvero faticoso, ma bello” - riapre il baule della memoria in un’aula di tribunale, convocata come testimone nel processo per le presunte torture in carcere. E all’uscita, in corridoio, rispolvera gli episodi che si porta nel cuore e quelli che gli avevano fatto rabbia: “Perché la violenza non è solo fisica”.
Il progetto - dedicato a detenuti per reati sessuali - era iniziato una decina di anni fa, e lei non ebbe dubbi, fin dal principio, dopo oltre un trentennio di cattedra: “Decisi di andare nella sezione carceraria, e fu una sfida, visto che sono rimasta a lungo l’unica di ruolo, mentre gli altri supplenti cambiavano ogni anno”. Va da sé, missione complicata, quasi sperimentale: “Volevo toccare con mano cosa fosse la rieducazione delle persone di cui si parla tanto, e dare un’altra opportunità, a partire da quella dell’istruzione”.
Così, s’è trovata di fronte italiani e stranieri, laureati e analfabeti, cui trasmettere una passione, e non solo istruzione: “Una volta, mentre stavo leggendo una poesia, mi accorsi che un signore si era commosso, con qualche lacrima”. Il terzo comma dell’articolo 27 della Costituzione sotto mentite - e altrettanto nobili - spoglie: il XXIV canto del Purgatorio: “O frate, issa vegg’io”, diss’elli, “il nodo che ‘l Notaro e Guittone e me ritenne di qua dal dolce stil novo ch’i’ odo!”“. Ovvero, “o fratello, ora capisco quale nodo ha trattenuto me, il Notaro (Giacomo da Lentini, e Guittone al di qua di questo “dolce stil novo” che sento!”; la nascita dello stile che seguiva “strettamente la dettatura di Amore”.
C’era però anche il mondo intorno, il penitenziario, “nonostante noi abbiamo sempre preteso che in aula non si parlasse di quel che uno aveva fatto fuori, e nonostante non ci fossero agenti in classe”. Così, la realtà s’infilava tra poeti e disegni: “Una volta - racconta l’insegnante, sulle domande del pubblico ministero Francesco Pelosi - un detenuto disse che era stato vittima di violenze, e che ce n’erano state in generale da parte del personale della polizia penitenziaria, ma non fece nomi”. Lei tagliò corto: “Gli spiegai che doveva dirlo all’avvocato e al garante dei detenuti”. Un altro episodio di violenza lo apprese ascoltando “un discorso tra alcuni studenti”. E poi c’erano le frasi di disprezzo, attribuite ad alcune guardie: “Queste m. hanno anche la scuola gratis”, riferendosi ai detenuti.
Peggio: “Una mattina mi ritrovai un agente davanti alla classe: “Oggi non c’è lezione, se ne può andare”, affermò. Andai dal direttore, riferendo il problema, e dopo un attimo tutto si risolse. Ma fu un periodo molto faticoso”. Altre domande si aggiungono, tra l’avvocato Domenico Peila (legale di parte civile, il famigliare di un detenuto) e i colleghi Antonio Genovese e Beatrice Rinaudo, difensori di agenti e ispettori. Una volta fuori dall’aula, l’ex professoressa tira un sospiro: “La violenza si fa anche con comportamenti e parole”. Per questo, “un corso di letteratura e qualche poesia farebbe bene ad alcuni agenti”. Pure con meno ambizioni del principe Myskin di Dostoevskij: “La bellezza salverà il mondo”. Almeno qualche anima: “In tutti questi anni, fu mandato via un solo studente. Molto altri, alla fine, erano felici e ci ringraziavano: la verità è che dentro alle carceri, e tra le persone, si parla sempre e solo di pena e mai di rieducazione”.









