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di Federica Cravero

La Repubblica, 1 giugno 2022

Il direttore Minervini quattro ore davanti ai pm: “Segnalazioni troppo generiche per intervenire”. I primi fatti risalgono al 2017, ma lui non fece denuncia nonostante le pressioni della Garante.

“C’erano delle voci che in quel padiglione i detenuti subissero violenze, ma non ho fatto denuncia perché erano segnalazioni generiche. Si parlava di atteggiamento ingiustificatamente autoritario. Ho chiesto che venissero descritti elementi circostanziati e casi specifici per potermi muovere”.

Si è difeso così ieri in aula Domenico Minervini, ex direttore del carcere di Torino, imputato per favoreggiamento e omessa denuncia nel processo per le presunte torture al padiglione C del Lorusso e Cutugno, dove sono detenuti i sex offender. Il pm Francesco Pelosi - che ha mandato a processo 24 imputati, tra cui il comandante della polizia penitenziaria, Giovanni Battista Alberotanza - ha contestato all’ex direttore di aver coperto per due anni l’operato dell’ispettore Maurizio Gebbia, che coordinava gli agenti del padiglione C. Quelle che l’ex direttore derubrica a “voci” sono invece per la procura tasselli su cui si fonda l’inchiesta.

Si tratta di testimonianze di educatori, psicologi, insegnanti e detenuti stessi che hanno descritto il clima che si viveva tra quelle mura e che sono state raccolte dalla garante dei detenuti del Comune di Torino, Monica Gallo, che ha denunciato alla magistratura la situazione critica che si viveva nella sezione riservata a stupratori e pedofili, che lì avrebbero dovuto essere protetti dalle ritorsioni della popolazione carceraria e che invece erano stati vessati proprio da chi avrebbe dovuto tutelarli.

Minervini, difeso dall’avvocata Michela Malerba, ha scelto il rito abbreviato e ieri si è sottoposto a un interrogatorio di quattro ore, in cui ha scandito i tempi di una delle più brutte pagine della storia del carcere, per ciò che è stato fatto e per ciò che è stato taciuto. Minervini ha sempre ammesso di aver “riscontrato un ricorso troppo frequente all’uso dei metodi coercitivi” da parte degli agenti. “A partire dal 2017 hanno iniziato a parlarmi di un clima rigido in quelle sezioni”, ha provato a minimizzare. “Solo mesi dopo, nel luglio 2018, mi hanno detto che dei detenuti avevano detto di essere stati picchiati - ha insistito - Comunque mai niente che facesse pensare a torture. E in un caso la denuncia è stata fatta”.

Quella denuncia in realtà l’aveva fatta la sua vice direttrice quando il direttore era andato in ferie. E in ogni caso la procura ha contestato all’imputato di aver taciuto sulle violenze, quando avrebbe potuto fare una denuncia contro ignoti, se anche non avesse saputo con certezza chi erano gli agenti coinvolti nelle violenze. Ma Minervini ha ribadito di non aver sottovalutato la questione: “Ho fatto diverse riunioni, ne ho parlato anche con il provveditorato”, ha detto. E già in un precedente interrogatorio si era sfogato: “Questa è una vicenda che a me ha provocato molta sofferenza e delusione, l’ho vissuta come una sconfitta professionale visto che nel mio lavoro mi sono dedicato a migliorare le condizioni dei detenuti”.