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di Paolo Coccorese

Corriere della Sera, 9 agosto 2024

Un detenuto racconta la realtà della casa circondariale: “Qui è uno schifo tutto”. “Pronto, buongiorno. Come va?”. Con queste parole, sentite mille volte, parte la chiamata dall’interno del carcere. A parlare è un ospite del Lorusso e Cutugno. È quasi l’una di mercoledì. Sul profilo Instagram di un giovane detenuto si è appena conclusa una delle “dirette”, brevi videochiamate condivise con migliaia di follower iscritti al profilo social, fatta con un cellulare nascosto che gira indisturbato da giorni nell’istituto penitenziario. Così, d’impeto, gli scriviamo un messaggino in direct. “Vuoi fare un’intervista per raccontare la dura realtà carceraria?”. Passano neanche dieci minuti e il nostro cellulare si mette a vibrare. Da dietro le sbarre, qualcuno ha deciso di raccontarsi.

“Mi vedi o no?”. La prima preoccupazione del nostro interlocutore è il nome. Dall’altra parte dello schermo, risuona la voce di un uomo preoccupato di tenere segreta la sua identità. “Io non sono il proprietario del profilo. Sono un altro. Quando hai scritto il messaggio, lo abbiamo letto e sono stato l’unico che si è dato disponibile a parlare. Voglio spiegarti come viviamo qua”.

Di sottofondo si sentono altre voci, più volte la chiacchierata sembra rallentare. Forse, è colpa della rete o per via di altri disturbi. “Chiudi, chiudi”, grida ad un tratto il nostro interlocutore. Sembra rivolgersi a qualche compagno di cella per assicurarsi di non essere visto.

Ancora meravigliati, chiediamo: sei cosciente di cosa rischiate usando un cellulare all’interno del penitenziario? “Si, ma non ce ne frega nulla. Qui fa schifo, è arrivata l’ora di raccontare cosa viviamo. Io sono qui da anni e mi mancano solo pochi mesi. Ma questo posto è un inferno”. Ancora più colpiti, facciamo presente che così potrebbe arrivare un ulteriore aggravamento della pena carceraria. “Ehi amico, guarda che anche tu stai commettendo un reato. Non solo noi. Io non ho paura. E tu?”. La chiacchiera va avanti. Si accenna all’articolo uscito sul Corriere Torino dove si racconta l’uso “libero” dei telefoni.

“Quell’articolo ha provocato un gran casino”, risponde il detenuto. Gli smartphone in carcere sono una cosa illegale. “Lo sappiamo bene, ma noi li usiamo per chiamare le famiglie. Le nostre mogli, i figli. Se ci dessero la possibilità di parlare più spesso con loro, non lo utilizzeremmo”. Le comunicazioni dal carcere verso l’esterno sono complicate. Tolti i colloqui, una volta alla settimana, lunghi e faticosi per i parenti costretti a interminabili attese ai cancelli della casa circondariale, ci sono dei telefoni da usare solo se autorizzati. Ma per parlare è necessario pagare la ricarica e chi non ha soldi deve chiedere una mano al prete o a qualche compagno di cella.

Le chiamate illegali con i cellulari nascosti sembrano diventate una normalità. Nei mesi scorsi, un detenuto ha pensato bene di minacciare la moglie che lo aveva denunciato per stalking. “Voglio raccontare la merda di questo posto -, dice il mittente della chiamata -. Perché non vieni a vedere tu stesso, chiedi un ingresso a sorpresa. Perché altrimenti ripuliscono tutto e non vi fanno vedere la verità”. Ma quale problema lamentate? L’acqua fredda delle docce, le temperature infernali in cella, il cibo scaduto? “Qui fa schifo tutto, fa schifo l’assistenza medica. Per quelle medicine che ti danno per farti stare buono. Chi sta male non è seguito. Qua dentro ci sono persone che aspettando da due anni di essere operate. A loro chi ci pensa?”, chiede prima che la telefonata si interrompa all’improvviso.