di Eleonora Camilli
La Stampa, 4 agosto 2024
“Se si investe solo in sicurezza e poco o niente in educazione, sport e socialità non stupiamoci se il carcere esplode”. Mario Tagliani, docente in pensione, al Ferrante Aporti ci ha passato gran parte della sua vita, raccontando l’esperienza anche in un libro. Per trent’anni è stato il “maestro dentro” insegnando ai ragazzi reclusi non solo la grammatica ma anche come ricostruirsi una vita. “Educare non basta bisogna accompagnare la crescita. Ma oggi si installano solo telecamere mentre gli insegnanti non sono più visti di buon occhio”.
Che idea si è fatto delle rivolte di questi giorni?
“Le ultime grandi rivolte al minorile ci sono state nel ‘77 e nel ‘79, poi c’è stato un grosso intervento da parte del comune di Torino. Da allora il Ferrante è cambiato, si è investito e ai ragazzi si è data una speranza. Perché questo bisogna fare. Sono spesso ragazzi disperati che hanno come unica alternativa la vita di strada. Quando sono entrato per la prima volta nel 1983 c’era un via vai: gente che usciva per lavorare, laboratori di quartiere, rapporti con l’esterno. Tutto questo dava un minimo di normalità a ragazzi che la vita normale non la conoscono perché ne hanno una sgangherata. C’era uno scambio con il quartiere e la città che poi sarebbe diventata anche la loro. Poi si è deciso di puntare solo sulla sicurezza, sono aumentate le telecamere e diminuiti gli educatori”.
È venuto meno ogni rapporto sociale con la città di Torino?
“Lo dico sempre, il muro di un carcere serve a nascondere quello che non va, non solo a contenere. Per anni abbiamo fatto vivere ai ragazzi anche il contesto intorno, organizzato tornei di calcio, molti commercianti del quartiere mettevano a disposizione fondi per i trofei. Poi man mano la struttura si è chiusa. Ma se tutto diventa solo sicurezza e repressione i ragazzi esplodono. Noi insegnanti abbiamo iniziato a essere guardati come rompiscatole, il nostro lavoro non era molto apprezzato e a malapena sopportato. Una grande civiltà dovrebbe puntare a non avere proprio un carcere minorile”.
Nel suo libro dice che in carcere si è come al confine, in un luogo desolato e per questo bisogna stare a sentire le voci che arrivano da ogni parte. Le sembra che le voci di questi ragazzi siano ascoltate?
“No, sono totalmente inascoltate. Un giorno al Ferrante Aporti è venuto un rapper e ha scritto con i ragazzi una canzone, che era una lettera al ministero dove si parlava delle condizioni di vita e di come si sentivano: dimenticati. Il carcere è una zona di confine ma fa parte del territorio, se vogliamo solo contenerli e non ascoltarli non siamo modello”.
Sostiene anche che non si sia affrontata in modo adeguato la questione dei minori stranieri, la cui prospettiva è solo quella di essere rimpatriati o finire in clandestinità…
“Dagli anni ‘90 con gli arrivi degli albanesi e poi dei ragazzi dal Nord Africa si sarebbe dovuto cambiare approccio, perché il modello che si usava con gli italiani non andava bene. Ma non si è investito su questo, si è pensato solo ad aumentare gli strumenti di sorveglianza, non gli altri elementi di socialità e integrazione. Se non riesci a gestire bene tutto questo il conflitto sarà infinito, in un rapporto di forza con ragazzi che non hanno più niente da perdere”.











