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di Andrea Bucci

La Stampa, 1 dicembre 2025

Presidio davanti al Cpr in corso Brunelleschi per chiedere la liberazione dell’imam di via Saluzzo e contestare i Centri di permanenza per i rimpatri. Due manifestazioni si sono svolte per esprimere solidarietà e chiedere la liberazione di Shanin, l’imam trattenuto da giorni al Cpr di Caltanissetta. La prima, più rumorosa, ha visto un centinaio di esponenti della galassia antagonista - tra cui “Torino per Gaza”, “Progetto Palestina” e “Corso Gabrio” - manifestare davanti al Cpr di corso Brunelleschi. Qui i partecipanti hanno urlato la loro solidarietà a Shanin e a tutte le persone trattenute nei centri di permanenza in tutta Italia.

In serata si è svolta la seconda manifestazione, decisamente più silenziosa, organizzata dal quartiere San Salvario insieme alle associazioni attive sul territorio, alla Casa del Quartiere e alle comunità musulmana e valdese di Torino. Sull’aiuola Natalia Ginzburg è comparsa la scritta “Shanin libero”, composta con bicchieri di carta contenenti lumini. Elisabetta Riber, teologa in servizio presso la chiesa valdese, ha spiegato: “Vent’anni di dialogo non si possono cancellare così. Siamo molto tristi. L’imam fa parte del quartiere e lavora per abbattere le barriere; è strano non vederlo più per un provvedimento amministrativo discutibile. Se c’è una persona di pace, è sicuramente lui”.

Solidarietà è arrivata anche da docenti, ricercatori e ricercatrici delle università italiane: in 181 hanno aderito all’appello. “Esprimiamo profonda preoccupazione per la situazione di Mohamed Shahin, imam della moschea Omar Ibn al-Khattab di Torino”, si legge nel testo. L’appello prosegue: “La prospettiva di un suo ritorno forzato in Egitto lo esporrebbe concretamente a rischi di persecuzione, detenzione arbitraria e trattamenti inumani. Le motivazioni alla base della revoca del permesso di soggiorno sembrano collegate alle sue dichiarazioni pubbliche sulla situazione a Gaza e alle sue posizioni critiche rispetto all’operato del governo israeliano. Se così fosse, ci troveremmo di fronte a un precedente estremamente preoccupante: l’uso di strumenti amministrativi per colpire l’esercizio della libertà di opinione”.