di Vera Schiavazzi
La Repubblica, 12 marzo 2015
La scrittrice torinese porta dietro le sbarre l'iniziativa del Salone del Libro "Adotta uno scrittore": terrà tre lezioni a un gruppo di detenute del carcere delle Vallette "Lorusso e Cotugno". Il linguaggio è un bel problema. Non posso certo cominciare dicendo che leggere ci aiuta a evadere". Margherita Oggero è molto contenta di iniziare, oggi, la prima delle sue tre lezioni in carcere alle detenute che già frequentano la scuola interna. Ma sa di dover fare attenzione ai temi, ai romanzi che consiglierà, a tutte le situazioni reali o fantastiche che potrebbero movimentare troppo la situazione.
Signora Oggero, da dove comincerà?
"Per prima cosa, sono io che devo conoscere la classe, capire quante allieve avrò e quali sono le loro competenze nel parlare e scrivere in italiano. Le nazionalità sono diverse, così come l'età, si va dalle diciottenni alle cinquantenni, con studentesse italiane, rom e di altre nazionalità. E come ogni insegnante, anche per poco tempo, il mio obiettivo sarà quello di stimolare tutti e di non lasciare indietro nessuno. Non so neppure quante persone hanno aderito".
Che cosa può insegnare una scrittrice alle detenute che l'hanno "adottata"?
"Che la lettura e la scrittura rappresentano un modo di uscire dallo spazio ristretto dove vivono, con la fantasia e l'immaginazione. Si possono scegliere libri da leggere, e si può iniziare a buttare giù qualche parola, perfino un diario che non deve solo raccontare le giornate ma aggiungerci tutto ciò che avremmo voluto ci fosse, o perfino la vita di una persona diversa da noi. O si può cominciare dai racconti dell'infanzia, o di un animale che hanno avuto. Credo che questo sarà il tema della mia prima lezione di oggi".
E per leggere? Quali libri ha in mente di suggerire?
"Ci sono libri semplici e accattivanti, come quelli di Jack London per chi ama l'avventura. Non proporrei romanzi dell'Ottocento dal periodare difficile e pieno di subordinate. E, siccome le organizzatrici mi hanno proposto di suggerire anche uno tra i miei libri, ho pensato a "Risveglio a Parigi", che racconta la storia di tre donne diverse, una delle quali è una madre single, che parlano d'amore, ciascuna nella propria esperienza, un altro argomento che credo ci possa interessare. Racconterò la trama nella mia seconda lezione, in modo che tutte sappiano di cosa si parla e possano decidere se leggerlo o no".
E nell'ultimo incontro?
"Saranno le studentesse a suggerire i titoli, quelli già letti o quelli ancora da iniziare. Anche in quel caso, dalla storia della trama si può capire se leggere o meno il libro raccontato da un'altra. Io vorrei evitare i temi troppo dolorosi o cupi, le storie di violenza, insomma, tutto quel che non mi pare che possa far funzionare i benefici che la lettura dà alla vita delle persone che leggono, a seconda delle circostanze in cui si trovano. Ecco, è proprio questo che vorrei dire: avere un buon libro e saper usare la penna sono due modi straordinari di sentirsi meglio anche nei momenti più drammatici, di uscire almeno per un'ora dalle proprie angosce, dal disagio o dagli affanni. Non sono sicura di riuscire a spiegarlo a tutte, ma vale la pena provarci".
E gli scritti delle allieve?
"Se loro vorranno, possiamo leggerli in classe, io comunque sarò felice di correggerli
uno ad uno e far sapere loro le mie opinioni anche dopo i tre incontri. È importante trasmettere quale possa essere il ruolo dell'immaginazione quando si scrive".
Perché ha accettato?
"Perché sono molto curiosa e ci tengo a conoscere chi verrà. E perché almeno ogni tanto bisogna provare a spingere qualcun altro a fare le cose che ci piacciono e nelle quali crediamo. Altrimenti, resteranno lettera morta".










