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di Elisa Sola

La Stampa, 18 giugno 2025

La direttrice del penitenziario Lombardi Vallauri: “Vogliamo farvi vedere come siamo bravi a fare cose normali”. In giuria magistrati e autorità. E due schiere di avvocati a tavola. “Chef, mi devi scrivere il tuo nome su un biglietto. A luglio esco. E adesso ho capito dove voglio festeggiare. Nel tuo ristorante. Voglio portare tutta la mia famiglia. Dalla Puglia. Ci vediamo tra un mese”. Antonella è una delle più anziane. Ha i capelli a caschetto e un sorriso che brilla sul volto segnato, le lacrime negli occhi. Ridono e piangono. Rosa e Lorella. Roxana e Nezha. Sono quattordici. È il loro giorno. Hanno vinto.

Lo hanno capito tutti ieri che non era solo una gara di cucina. Non solo un’occasione per lavorare con un cuoco famoso e stellato, come Cesare Grandi de La limonaia, che guidava la squadra femminile e Alessandro Mecca del Castello di Grinzane Cavour, leader della maschile. La sfida alla Masterchef tra i detenuti del Lorusso e Cutugno è un’occasione di riscatto. Davanti a una giuria eccezionale, di magistrati e autorità. E due schiere di avvocati a tavola. Antonella esce tra un mese. E prima o poi usciranno anche le sue compagne di squadra proclamate vincitrici. Sono tutte già quasi cuoche. Sono le allieve del corso di cucina del carcere. Sono brave, sono pronte. E di questo forse sono consapevoli. Ma ieri è successo qualcosa di diverso.

Ieri è esplosa un’emozione. Forte. Collettiva. Totale. Un’intera platea di giudici, procuratori e avvocati si è alzata in piedi e le ha applaudite per cinque minuti. Loro in tuta grigia e blu. Bellissime, ordinate in fila. Loro in giacca e camicia. Hanno pianto. Poi hanno abbracciato il loro chef guida, Cesare Grandi: “È stato bellissimo lavorare con loro. Spero che diventi un’iniziativa fissa”. È emozionato anche lui. Guarda le sue cuoche. Hanno 20, 30, 60 anni. Sono italiane, albanesi e marocchine. “Anche io voglio il mio nome sul giornale”. “Io anche”. “È stato meraviglioso”. “In cucina ce la caviamo, perché andiamo a scuola. Ma oggi avevo il batticuore”. Lasagna allo scoglio, ombrina e pesche ripiene, il menu studiato da Grandi. “Le ho divise in quattro gruppi. Prima abbiamo fatto un briefing. Il piatto più difficile? L’ombrina, per la cottura. Sono state bravissime. L’hanno marcata dal lato della pelle. Ma non era facile nemmeno il ripieno della lasagna, con la rana pescatrice e le cozze. Le ho viste super cariche. Il momento più bello? L’abbraccio finale”.

Erano tutti emozionati. Il Garante regionale dei detenuti, Bruno Mellano, ha chiesto al presidente del tribunale di sorveglianza, Marco Viglino, membro della giuria “qualche giorno di libertà per le vincitrici”. Ambra Orazi, l’insegnante di cucina della Casa di carità Arti e mestieri che lavora nel carcere, ha detto: “Vedo delle donne che riusciranno a fare questo lavoro fuori di qui”.

Il benvenuto lo ha dato la direttrice del carcere, Elena Lombardi Vallauri: “Vogliamo farvi vedere come siamo bravi a fare le cose normali”. Ha aperto la cerimonia Lucia Musti, a capo della procura generale: “Che sia un carcere con le porte trasparenti”. “Qui dentro ci sono le persone”, ha ricordato Edoardo Barelli Innocenti, presidente della corte d’appello di Torino. Ha organizzato l’evento, con il Consiglio dell’ordine, l’avvocato Antonio Genovese. Ieri ha portato l’olio che produce per hobby e, con Marco Scarabosio, il produttore di vini Franco Martinetti, presidente della giuria. Anche loro hanno applaudito a lungo i detenuti, tutti. E le vincitrici. “Perché abbiamo vinto? Perché ci piace cucinare. E poi, forse, perché siamo già una squadra”.