sito

storico

Archivio storico

                   5permille

   

di Stefano Lorenzetti

Corriere di Torino, 8 dicembre 2022

“Non mi arrendo. Quello che è accaduto a mio fratello non è accettabile. Oggi lo Stato mi dice che non ci sono responsabilità. Io, invece, resto convinto che il caso di Luigi sia stato trattato in maniera negligente: quando è stato male, lo hanno parcheggiato in infermeria invece di portarlo in ospedale”.

Walter Di Lonardo non nasconde la propria amarezza: qualche giorno fa il gip di Torino ha deciso di archiviare l’inchiesta sulla morte del fratello minore, avvenuta nel febbraio 2017 nel carcere di Torino Lorusso e Cutugno. Nessun responsabile tra i quindici medici che erano stati iscritti sul registro degli indagati con l’accusa di omicidio colposo. Ma la battaglia di Walter per avere giustizia non è ancora conclusa: “Mi rivolgerò alla Corte Europea dei Diritti dell’uomo. Ci vorrà del tempo, ma questo non mi spaventa”.

Cosa l’ha delusa così tanto?

“In tutto questo tempo ho sempre avuto la sensazione che a nessuno importasse conoscere la verità. Che la vita di mio fratello non fosse importante. Lo so, era un detenuto. Ma questo non significa che non avesse il diritto di morire con dignità. La giustizia italiana ha impiegato oltre cinque anni per darci una risposta. Vuol dire che il sistema non funziona. In alcuni momenti ho pensato che avrei potuto lasciar perdere, ma poi mi ripetevo che non era giusto far finta di niente. Volevo conoscere la verità”.

Le accuse sono state archiviate, ma i consulenti della procura generale dicono che i medici sono stati “superficiali”: come se lo spiega?

“Non me lo spiego. Ho letto più volte quella consulenza e non riesco a farmene una ragione. Scrivono che i medici hanno “colposamente” sbagliato e poi aggiungono che se anche fossero intervenuti adeguatamente, somministrando le giuste terapie, mio fratello sarebbe comunque morto lo stesso giorno e alla stessa ora. In realtà non avremo mai la controprova”.

Lei andava a trovarlo in carcere?

“Accompagnavo mia madre. Ogni volta era una sofferenza. Mia madre piangeva, continuava a ripetere che Luigi stava male e che le sue condizioni peggioravano. Dimagriva a vista d’occhio, anche perché a causa delle sue patologie non poteva seguire una dieta normale e così saltava spesso i pasti. Non doveva stare in galera: le sue condizioni di salute non era compatibili con il carcere. Non conto le istanze presentate dai suoi legali (Chiara Luciani e Nicolò Bussolati dello studio Lexchance, ndr) per riuscire a ottenere i domiciliari”.

Che persona era suo fratello?

“Non era un santo. Ha commesso molti errori e spesso si è fidato delle persone sbagliate, ma non era un uomo violento o un criminale incallito: era una persona che aveva perso la retta via e aveva bisogno di essere aiutata. Nonostante la sua vita borderline, si è sempre assunto la responsabilità delle proprie azioni”.

Perché ha deciso di rivolgersi alla Cedu?

“So che rispondere “perché non capiti ad altri” può apparire retorico, ma non lo è. Le carceri italiani sono un disastro. Una volta varcata la soglia, sei abbandonato a te stesso. Sei sempre una persona, ma di serie B. E i tuoi diritti possono essere calpestati. Mio fratello era malato e non è stato curato, perché nessuno si preoccupa delle sofferenze di un detenuto. Io volevo delle risposte, non denaro: non mi è mai interessato. Avrei voluto che coloro che hanno sbagliato si assumessero le proprie responsabilità. E che quantomeno dicessero “ci dispiace”. Lo Stato ha il dovere di garantire cure adeguate a tutti i cittadini, anche ai detenuti. Per questo mi rivolgo alla Corte di Strasburgo”.