di Sarah Martinenghi
La Repubblica, 29 settembre 2022
La testimonianza shock emerge dalle carte dell’inchiesta sui fatti del 2016: “Schiaffi e manganellate ai detenuti”. A fornirla Antonio Raddi, che fu recluso nel penitenziario eporediese prima di perdere la vita alle Vallette.
Gli agenti entravano con i manganelli, uno scudo e un idrante. Il rumore sordo era quello dei colpi inflitti, uno dopo l’altro. Dallo spioncino della cella tre al quarto piano, la visuale era parziale, ma nitida, su cosa stava accadendo poco più in là ad altri due detenuti. Gli occhi che sbirciavano terrorizzati dietro al “blindato” erano quelli di Antonio Raddi, testimone anche lui di violenze e abusi, tali da diventare anni dopo il suo incubo ricorrente.
Quell’inferno visto e vissuto la notte tra il 25 e il 26 ottobre 2016 è stato all’origine della profonda sofferenza che Raddi si è trascinato dentro, il seme della violenza sui fragili che l’ha logorato piano piano, quando nel 2019 ha iniziato a dimagrire sempre di più, arrivando a perdere oltre 30 chili, fino a morire, a 28 anni, nel carcere delle Vallette, per l’indifferenza di chi pensava che stesse solo escogitando uno stratagemma per uscire di galera.
Undici Appelli della garante dei detenuti Monica Gallo che implorava attenzione per lui, erano caduti nel vuoto: il viso di Raddi diventava sempre più scavato e il suo corpo, alto un metro e 90, si raggrinziva, ogni giorno più affaticato a reggersi in piedi fino ad afflosciarsi su una sedia a rotelle con cui muoversi tra celle e corridoi. Incapace persino di accendersi una sigaretta.
“Non portatemi a Ivrea” continuava a ripetere in carcere Antonio, ossessionato dagli incubi di quel penitenziario. Quello che aveva visto però, l’aveva raccontato: la sua testimonianza è ora tra gli atti dell’inchiesta della procura generale che sta facendo luce sulla catena di abusi fisici e psicologici avvenuti sette anni fa sui detenuti di Ivrea. Raddi il coraggio di parlare l’aveva avuto, consapevole dell’importanza di far emergere la verità, quella che riviveva quando chiudeva gli occhi e che gli tormentava il sonno, mentre affrontava la sua seconda detenzione nel penitenziario delle “Vallette” nel 2019.
Ma in aula non potrà più ripetere cosa ha visto, non potrà aggiungere particolari, o riconoscere gli agenti che ha visto quando era nel braccio dove sono avvenuti i pestaggi. Raddi è morto il 30 dicembre 2019 quando l’hanno portato all’ospedale Maria Vittoria ed era troppo tardi. L’accusa sostenuta dai pm Giancarlo Avenati Bassi e Carlo Pellicano (che hanno avocato l’inchiesta su richiesta dell’ex garante Paola Perinetto e dell’avvocata Maria Luisa Rossetti), dovrà usare il verbale rilasciato ai primi di novembre 2016: era trascorsa una settimana da quella notte di acqua, lividi e sangue, la più terribile vissuta dai detenuti, come ritorsione dopo una piccola rivolta. “Li ho visti da uno spioncino parzialmente accostato, il comandante ha contato fino a tre per dare il via al loro ingresso” ha testimoniato Antonio Raddi agli ispettori del dap, che erano stati all’epoca inviati per relazionare sui fatti avvenuti.
“Prendilo”, “mettigli le manette” li ha sentiti pronunciare. E poi il rumore: “Tonfi”. Colpi violenti, indiscutibili, quelli dei manganelli. Non poteva vedere le botte, ma le ha sentite. E poi il mattino dopo ha visto i segni su un detenuto: “Aveva il viso gonfio”. Il suo racconto descrive solo la prima parte del pestaggio che poi è proseguito in maniera ancora più aberrante, trascinando i detenuti dalla loro cella al quarto piano fino all’”acquario”, l’anticamera dell’infermeria, usata come cella liscia e punitiva.
Una delle vittime aveva raccontato: “Aprirono l’idrante e mi gettarono addosso acqua ghiacciata. Mi buttarono a terra per ammanettarmi e mi colpirono con il manganello”. Poi “nel tragitto al piano terra mi riempirono di schiaffi e manate sulla testa. Mi hanno chiuso nell’acquario e lasciato per ore senza vestiti. Ma davanti al medico mi costrinsero a dire che ero caduto dalle scale”. Raddi l’ha ripetuto anche a suo padre Mario cosa aveva visto. Lui l’aveva aspettato due ore, mentre testimoniava. Ed è per questo che in carcere a Torino aveva paura di essere riportato a Ivrea, subire ritorsioni o violenze.
“Tale evento, perpetrato da rappresentanti dell’istituzione pubblica, ha avuto un impatto determinante nella psicologia di Antonio che per gli anni a venire ha rivissuto l’incubo di quella sera e il terrore di essere nuovamente ristretto a Ivrea” si legge nel rapporto di Antigone. Non a caso Raddi inizia a peggiorare dopo un periodo in una cella d’isolamento, e la sua lucidità inizia a oscurarsi: “Tornano alla luce gli incubi di Ivrea e sviluppa una nuova ossessione di essere nuovamente assegnato lì. Diventa sempre più sofferente e a luglio inizia a manifestare inappetenza che gli causa svenimenti”.
Tra il 7 agosto 2019 e la fine dell’anno si susseguono le segnalazioni della garante, mentre il carcere ritiene che non mangi per strategia. Il 13 dicembre vomita sangue, e poi entra in coma, ucciso da un’infezione polmonare. La procura ha chiesto l’archiviazione per i 4 sanitari e la famiglia, assistita da Gianluca Vitale, si è opposta. Da un anno e mezzo aspetta il verdetto del gip, se ci siano responsabilità per la sua morte, annunciata e inascoltata. La voce di Raddi però, in aula sarà forse utile per altri fragili come lui.










