di Ottavia Giustetti e Sarah Martinenghi
La Repubblica, 24 luglio 2020
Il capo delle Vallette Minervini ai suoi agenti: "Non chiamate gli indagati, credono più ai detenuti che a voi". E in un'intercettazione ammette: "Le coercizioni ci sono sempre state, ma abusive e non tracciate". Il caso di un detenuto con problemi psichiatrici portato in ospedale quasi nudo e imbavagliato.
Costantemente informato. Il direttore del carcere Domenico Minervini sapeva delle vessazioni e delle violenze cui le guardie carcerarie sottoponevano i detenuti delle Vallette. Ne era a conoscenza perché arrivavano segnalazioni, da più persone. Relazioni, colloqui e preoccupazioni: non solo la garante cittadina dei detenuti Monica Gallo gli aveva chiesto di intervenire, senza risultato. C'erano anche medici, insegnanti e psicologi che raccoglievano confidenze, racconti, paure dei detenuti intimoriti dalle botte già ricevute, dagli insulti, e dalle umiliazioni. In diciassette - tante sono le vittime che hanno riferito di aver subito angherie degli agenti della polizia penitenziaria - hanno raccontato e denunciato di aver subito violenze. La maggior parte all'interno del padiglione C, in particolare nel settore detentivo "sex offender - protetti promiscui", quello dove l'ispettore Maurizio Gebbia e la sua "squadretta" infierivano e spadroneggiavano. La preoccupazione del direttore, soprattutto, era di mettere in guardia la polizia penitenziaria: "Non chiamate gli indagati", e poi "non dite niente al telefono, perché credono più ai detenuti che a voi", diceva loro nelle riunioni con gli agenti.
Sputi, insulti, pugni, calci, risate. Umiliazioni rivolte persino a persone che erano in condizioni di evidente fragilità. Come un detenuto con problemi psichiatrici, sottoposto a trattamento sanitario obbligatorio, fatto uscire dalla cella per essere portato in ospedale quasi nudo, ammanettato e con un bavaglio sulla bocca. Dopo essere stato sedato.
Era sconfortata la garante dei detenuti dalla passività e dall'inerzia del direttore dalla mancanza di reazioni di fronte alle sue continue denunce e non ne faceva mistero. Puntualmente lui la rassicurava, ma alle parole non sarebbero mai seguiti fatti, tanto che a garante lo farà mettere a verbale nella sua deposizione: "Con il direttore Minervini non parlavo più perché comunque non mi dava retta".
Anche al Provveditorato regionale per l'amministrazione penitenziaria erano stati informati della gravità della situazione. Tanto che a Minervini era stato consigliato, dallo stesso provveditore, di far ruotare gli agenti di polizia penitenziaria per porre un freno a comportamenti non più tollerabili. L'ispettore Gebbia, in particolare, era indicato da più persone come autore di troppe violenze.
"Le coercizioni in carcere ci sono sempre state, ma abusive e non tracciate" dirà il direttore in una intercettazione captata il 30 ottobre 2019, mentre parla con il direttore sanitario del carcere. Sono scattati gli arresti dei primi agenti polizia penitenziaria accusati di tortura e lui al telefono si dilunga a nell'interpretazione giuridica del reato di tortura, e sul cambiamento portato dagli arresti e dall'indagine in corso.
L'inchiesta porta scompiglio e getta diversi agenti nel panico. Ma la preoccupazione del direttore, come emerge in diverse riunioni, è prima di tutte le altre quella di tenere a freno i suoi uomini ai quali, inchiesta penale in corso, raccomanda di non parlare al telefono.
Ora la procura di Torino gli ha notificato un avviso di garanzia, con l'accusa di favoreggiamento e omessa denuncia. Nei giorni scorsi l'avviso di chiusura indagine è stato recapitato a lui, che è difeso da Michela Malerba, e altri 24 indagati, tra cui anche il dirigente della polizia Penitenziaria, Giovanni Battista Alberotanza, difeso da Antonio Genovese, e i rappresentanti del sindacato più attivo della polizia penitenziaria, l'Osapp.
I fatti contestati agli agenti che per la prima volta dovranno rispondere dell'accusa di tortura per le violenze in carcere, sono decine e partono dal 2017, anno a cui i Radicali fanno risalire la registrazione video di un incontro shock, che è la prova di come le denunce venivano fatte, anche pubblicamente, e poi sistematicamente ignorate.
Parole cadute nel vuoto, quella sera, che alla luce di quello che è emerso ora acquistano però il senso di un'accusa ben precisa. "Voglio dire una cosa: mi hanno picchiato gli agenti in carcere, mi hanno picchiato fin quasi alla morte e poi mi hanno messo una settimana in isolamento": un detenuto di nazionalità nigeriana davanti al pubblico prendeva la parola e trovava il coraggio di lanciare sommesse ma pesanti accuse. Poi si alzava la maglietta e faceva vedere le cicatrici.
Accanto a lui quel 26 ottobre 2017, c'era proprio Domenico Minervini, La Casa Circondariale Lorusso e Cutugno di Torino e Partito Radicale Nonviolento Transnazionale e Transpartito avevano organizzato un dibattito dopo la proiezione del film di Ambrogio Crespi "Spes contra Spem. Liberi dentro".
L'uomo voleva fare un appello per aver più ore d'aria, diceva di essere rinchiuso 21 ore in cella. Il direttore replicherà solo su questo aspetto, pavoneggiandosi delle opportunità e dei cambiamenti concessi sotto la sua direzione. Tanto da sollevare indignazione del pubblico che gli chiede di rispondere sulle accuse di violenze da parte dei suoi agenti. "Ci sono gli avvocati difensori a cui possono raccontare queste cose, io farò i miei accertamenti" è stata l'unica replica di Minervini.
Ma l'inchiesta del pm Francesco Pelosi, in cui per la prima volta è contestato il reato di tortura, non è l'unica a sollevare il velo su abitudini e illecite che ruotano intorno alla vita penitenziaria. Come quella sul microcosmo di illegalità che quasi ogni giorno vengono segnalate: far entrare droga e dare microcellulari ai detenuti. Piccoli apparecchi telefonici che vengono poi trovati durante le ispezioni.
L'ultimo episodio alle Vallette, tre giorni fa, è stato raccontato dal Sindacato Osapp, dopo che addosso a un detenuto italiano del padiglione A, ristretto in regime di massima sicurezza, era stato ritrovato il telefonino di pochi centimetri: "La Polizia penitenziaria si trova sempre più sola e in condizioni disumane a risolvere le criticità che si presentano nel quotidiano con grave penuria di personale e di mezzi" commentava il sindacato. In procura un'inchiesta su questi scambi di favore da agenti di polizia penitenziaria e detenuti è stata aperta dal pm Vito Destito e vede già una decina di indagati.










