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di Ludovica Lopetti

Corriere di Torino, 23 maggio 2026

Moussa Balde si tolse la vita nel Cpr di Torino dopo avere subito un “processo di animalizzazione” e di “deumanizzazione”. È un’immagine mortificante quella che offrono il Tribunale nella sentenza con cui spiega la condanna a un anno - per omicidio colposo - di A.S., dipendente della francese Gepsa (società di facility management che fino al 2023 gestiva i servizi dentro il Cpr) ed ex coordinatrice del centro. Moussa, 23enne guineano, si tolse la vita impiccandosi nel Cpr di corso Brunelleschi il 23 maggio 2021. Esattamente cinque anni più tardi i giudici restituiscono dignità e giustizia a questo migrante, arrivato in Italia nella speranza di lavorare come elettricista e finito nel limbo dei centri di permanenza.

Ritardi, approssimazioni, carenza di personale e competenze, decisioni improvvisate, rimpalli di responsabilità: di questi elementi sono costellati i nove giorni che passano tra il suo ingresso nel centro e il suicidio nell’ospedaletto numero 9, un modulo separato dove era stato isolato dopo essere stato rifiutato dagli altri ospiti a causa di un’eruzione cutanea. In quasi cento pagine il giudice, sebbene vi si addentri solo per circoscrivere le responsabilità penali, fotografa la realtà di una struttura molto simile nei fatti a un carcere, ma con una gestione in gran parte lasciata al caso.

All’ingresso nel Cpr, Moussa portava i segni di una recente medicazione (come dichiarato dal medico che lo visitò): il 9 maggio infatti era stato picchiato selvaggiamente con bastoni e spranghe a Ventimiglia, dove per alcuni anni aveva fatto la spola tra diversi centri d’accoglienza. Dopo averne letto sulla stampa, la garante comunale per i diritti dei detenuti Monica Gallo chiese alla direttrice di rintracciare con urgenza il giovane, cosa che accadrà dopo diversi giorni grazie a un tam tam informale. Per il giudice rintracciare Moussa sarebbe stato “semplice”. “Sarà mia premura verificare lunedì”, rispose Spataro ai messaggi insistenti della garante, che la informava del pestaggio e dei “disturbi psichici” di Moussa (pur senza dirle il nome, che allora ancora nessuno conosce).

“L’individuazione di Balde - si legge - è avvenuta con un inammissibile ritardo di sei giorni, periodo di tempo tutt’altro che minimo e tollerabile” e “neppure tutte le figure operanti all’interno del Cpr erano state interpellate”, sebbene il giovane potesse essere individuato “agevolmente ed in pochissimo tempo”, visto che i guineani nel Cpr erano solo due. E ancora, la direttrice avrebbe dovuto “attivare urgentemente un supporto psicologico e psichiatrico”, “farlo uscire dall’ospedaletto”, “contattare i mediatori”. Invece, ha agito “in maniera gravemente negligente e si è allontanata dall’obbligo di tutelare i soggetti collocati nel Cpr”.

E anche l’atteggiamento del personale di Gepsa (condannata a risarcire quasi mezzo milione in solido con l’ex direttrice) è ben riassunto da alcuni passaggi delle deposizioni, ritenute poco genuine. Un dipendente, in aula come testimone, ammetterà candidamente di non riuscire a distinguere un ospite dall’altro: “Chiedo scusa, ma una persona di colore è una persona di colore... cioè è una persona di colore”.

Il Tribunale mutuando le parole dei consulenti, stigmatizza il trattamento riservato ai reclusi. Nelle relazioni del personale Balde viene descritto come “collaborativo”. Ma per gli etnopsichiatri di parte civile una volta nel centro, “Balde iniziava a perdere i riferimenti della propria identità socioculturale. Nessun medico, psicologo od operatore legale gli chiedeva chi lo attendesse in Italia o in altri paesi né se desiderasse contattare qualcuno. Stava progressivamente entrando in un processo de-culturizzazione, con conseguenti perdita di riferimenti identitari ed una forma di deumanizzazione della persona”.