di Marco Accossato
La Stampa, 20 maggio 2022
Le lettere e le storie dei ragazzi del Ferrante Aporti di trent’anni fa. Al Salone del Libro attraverso l’esperienza di un ex giovane detenuto il racconto degli anni in cui il carcere minorile di Torino investì fortemente sulla formazione e sul riscatto.
Dalla fine degli anni Settanta ai primi anni Ottanta Torino fece la scelta coraggiosa e illuminata di non abbandonare al proprio destino i ragazzi e le ragazze detenuti nel carcere minorile Ferrante Aporti, ma di dar loro un’opportunità di riabilitazione attraverso l’incontro con la cultura, l’arte, la bellezza e il lavoro.
Comune, tribunale per i minori e Università di Torino, cercarono e trovarono un’altra via sulla pena come funzione riabilitativa e risocializzante. L’intera città fu coinvolta: associazioni, società sportive, volontari, furono chiamati a entrare in carcere. Anche la Chiesa torinese fece la propria parte. Ai ragazzi detenuti venne insegnato un mestiere, scommettendo sull’umanizzazione e le relazioni sociali con progetti oltre le sbarre. Parallelamente, la Città investì sulla scuola e sulle opportunità di aggregazione, quindi sulla prevenzione.
Ma che cosa resta oggi di quel progetto? Se ne parla venerdì 22 maggio 2022, alle ore 16, al Salone Internazionale del Libro di Torino, presso lo Spazio Città di Torino (Padiglione 1), in occasione della presentazione del libro curato dal giornalista de La Stampa Marco Accossato “Nemmeno mai è per sempre- Lettere abbandonate al Ferrante Aporti di Torino” (Independently published): un confronto sul significato del restare reclusi per molti anni in età giovanile, sulla necessità di interventi a favore di misure alternative alla detenzione, e soprattutto sulla prevenzione della devianza giovanile.
Partecipano, con il curatore del libro e il protagonista della vicenda, Gianna Pentenero, assessora alle Politiche per la Sicurezza e Sistema Carcerario, Monica Gallo, garante dei diritti dei detenuti, Gianfranco Todesco, del reparto investigazioni tecnologiche della Polizia Municipale con Valeria Lacovara della polizia Municipale, e Piero Bellino, educatore dell’associazione Acmos.
Negli anni in cui Torino viveva l’emergenza microcriminalità, gli anni del boom abitativo, del problema della casa, della periferia-ghetto e di via Artom, dell’immigrazione mal sopportata, del vandalismo e dei conflitti sociali che ne derivavano, l’allora sindaco Diego Novelli sostenne: “Non si può trasformare la città in un lager. Bisogna chiedersi il perché di questa rabbia, una spirale inarrestabile che si allarga e si riproduce senza fine”. “Spezzare quella spirale significò tentare di ricreare una città più umana, più ricca di fraternità e aiuto, che non emarginasse ma integrasse”. E desse una seconda possibilità.
Il libro “Nemmeno mai è per sempre” documenta la scelta vincente di quella linea politica attraverso un percorso tracciato da una serie di lettere ritrovate dopo 30 anni: il libro racconta il riscatto di uno dei ragazzi del Ferrante Aporti, studente quindicenne condannato al massimo della pena per un delitto. Una sorta di Cyrano per i coetanei che in carcere lo incaricavano di scrivere per loro le lettere a genitori e fidanzate.
Da “scuola superiore di delinquenza” - come lo definì lo stesso Novelli - il carcere minorile Ferrante Aporti divenne una sorta di istituto di formazione professionale, con laboratori di ceramica, falegnameria, tessitura, panificazione. Tanti, come il protagonista del libro, hanno avuto e colto la loro seconda possibilità.










