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di Mauro Gentile

La Voce e il Tempo, 21 febbraio 2025

Può il sistema carcerario essere pensato come una famiglia in cui tutte le sue componenti - dagli agenti di custodia agli educatori, dal personale sanitario a quello amministrativo fino ai dirigenti - siano poste nelle condizioni di poter cooperare e, al meglio delle proprie capacità professionali, relazionali e in piena sicurezza, assolvere al compito assegnato loro dalla Carta costituzionale? E, nello specifico, da quell’articolo 27 con cui è disposto che (…) le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato? Un’utopia? Forse, ma certo una speranza, un’aspettativa nata con le riforme carcerarie degli anni Settanta, ma che nel tempo non ha trovato terreno fertile per concretizzarsi, anzi.

Negli ultimi anni le cose sono andate via via peggiorando, come ha ricordato Pietro Buffa, direttore in passato di diversi istituti di pena (tra cui quello di Torino) e figura di primo piano nell’ambito dell’Amministrazione penitenziaria nazionale, la scorsa settimana al Circolo dei Lettori in occasione di un incontro dedicato alla sua ultima pubblicazione “Narrazioni e distopie penitenziarie nella società contemporanea” (Giunti editore). Alla presentazione, promossa dal garante regionale delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà personale, Bruno Mellano, sono intervenuti il magistrato Francesco Gianfrotta e il direttore della Casa di reclusione di Milano-Bollate, Giorgio Leggieri.

L’aumento delle criticità negli istituti di pena è reso evidente anche dai numeri relativi alle situazioni di tensione: “Nel 2015” ha evidenziato Pietro Buffa “sono state registrate 448 aggressioni al personale e oggi, a dieci anni di distanza, il numero ha passato la soglia delle 2 mila, i danneggiamenti alle strutture segnalati sono passati da mille e 400 a più di 6mila e i casi di colluttazione da 500 a 5mila”. Tra i motivi della crescita esponenziale di aggressività e malessere che sfocia in azioni violente, Buffa ha parlato di “pugno duro che non funziona” e di “una prassi di relazione venuta meno”, anche in rapporto alle mutate esigenze dei tempi.

Rispetto ad anni fa, tra le persone ristrette è più diffusa la dipendenza da sostanze stupefacenti o psicofarmaci e la sofferenza, spesso nel caso dei migranti, di disturbi da stress post traumatico, condizioni che necessiterebbero, insieme alle terapie mediche specifiche, anche di una particolare attenzione alle modalità di rapporto interpersonale. Dovrebbe trovare - è l’auspicio di Buffa - proprio maggiore spazio la “funzione di relazione che si pensava di poter instaurare in quella famiglia (con tutte le componenti del mondo carcerario) pensata a metà degli anni Settanta”. E, per farlo, secondo l’ex dirigente dell’Amministrazione penitenziaria occorrerebbe tornare alle origini dei progetti di riforma carceraria e “reimmaginare anche la creazione di un Corpo di personale civile, inserendo pure persone nuove, giovani”. Insomma, il mondo dietro le sbarre è un quadro complesso che quotidianamente genera disagio e difficoltà, sia per i reclusi e sia per il personale che opera negli istituiti di pena. Una condizione che - come emerge nel libro di Buffa - un certo modo di raccontare i fatti che avvengono nelle strutture di reclusione non aiuta a superare. “Il carcere è rappresentato secondo le narrazioni più diverse che fanno presa sull’opinione pubblica e sui decisori politici, sempre attenti a non perdere il contatto con gli interessi ed il consenso di potenziali elettori”.

E poi vi sono le responsabilità di una comunicazione con argomentazioni “verosimiglianti” di alcune organizzazioni sindacali della Polizia penitenziaria, che “giunge a indirizzare, rinforzare e sostenere la volontà politica di modificare il quadro normativo e le mission istituzionali e professionali di molti dei componenti del sistema penitenziario italiano, sino ad allontanarle dagli originali precetti ordinamentali e contribuire a modificare il senso, costituzionalmente inteso, della pena”. Mentre per Pietro Buffa il sistema carcerario “meriterebbe, invece, la riaffermazione assoluta di quei principi della nostra Costituzione”.