di Irene Famà
La Stampa, 14 marzo 2022
Cosima Buccoliero, direttrice della Casa circondariale di Torino, interviene dopo la visita del ministro della Giustizia Marta Cartabia che aveva parlato di “situazioni disumane”.
“Quello di Torino il “carcere della vergogna”? Non è così, sennò di certo non ci starei. Ci sono delle difficoltà, che abbiamo voluto che la ministra vedesse, ma sono fiduciosa”. Cosima Buccoliero diventa direttrice della casa circondariale Lorusso e Cutugno a gennaio. Un momento complesso tra indagini su presunte torture e botte ai detenuti. Chi c’era prima di lei, il direttore Domenico Minervini, è stato indagato. La reggente Rosalia Marino, ha lasciato il posto. Al momento del bando, in tre si sono tirati indietro. Lei ha accettato e l’altro ieri ha mostrato alla ministra Marta Cartabia, in visita al carcere, i problemi da affrontare.
La Guardasigilli ha definito alcune sezioni disumane, in particolare quella filtro per gli spacciatori che hanno ingerito ovuli...
“La sezione filtro esiste solo a Torino. È nata anni fa per evitare che gli ovuli si aprissero nello stomaco degli arrestati o che lo stupefacente entrasse in carcere. Bisogna interrogarsi, oggi, sull’utilità di questa sezione. Abbiamo voluto mostrarla alla ministra per aprire una riflessione. Vorrei però che si evitassero equivoci”.
Del tipo?
“Considerare il carcere solo come la sezione filtro. Purtroppo è una sezione, ma non lo rappresenta”.
Alla ministra avete rappresentato diverse questioni. Quali?
“Il sovraffollamento, le difficoltà strutturali, la povertà dei detenuti che cercano lavoro e fuori non hanno nulla”.
Iniziamo dai numeri. Quanti sono oggi reclusi al Lorusso e Cutugno?
“Circa 1.430, su una capienza di 1.100. Inoltre mancano gli spazi, l’edilizia della struttura è irrazionale. Diversi progetti sono già stati avviati dall’amministrazione e in alcuni padiglioni sono state ristrutturate le docce. Con il sovraffollamento, però, non è semplice. Servono investimenti”.
Il Sestante, reparto di osservazione psichiatrica, è finito al centro di un’inchiesta. Come si riparte?
“A breve verrà firmato un nuovo protocollo sul rischio suicidario e sono in corso interlocuzioni per la gestione del reparto. Le linee guida devono essere condivise con gli operatori, il personale penitenziario, sanitario ed educativo devono fare rete”.
Anche qui torna la questione degli spazi. Il Sestante è chiuso, i lavori in corso. Quali le tempistiche?
“Si dovrebbe riaprire già in estate. Abbiamo ripensato anche gli arredi, non dimentichiamoci che è un luogo di cura”.
Come mai ad un certo punto è diventato il “carcere degli orrori”?
“Ci sono stati momenti complessi prima del mio arrivo. Ora servono modifiche dei locali e un nuovo modello operativo. Non dimentichiamoci che per anni Torino è stato modello da seguire per tutte le carceri d’Italia. Ci sono esperienze importanti, che vanno intensificate”.
Rosalia Marino, che l’ha preceduta, ha detto di essere stata lasciata sola. E lei? Si sente abbandonata?
“No, ma ci sono giorni in cui mi sento impotente. Prima ho incontrato una cinquantina di detenuti di una sezione e tutti mi hanno chiesto un lavoro. La popolazione del carcere è povera, fuori non ha opportunità. Concordo con la ministra sull’importanza del reinserimento sociale ed è per questo che bisogna costruire una rete con l’esterno, insieme alla Regione e al Comune, alle realtà di volontariato e agli imprenditori”.
I rapporti con i sindacati di Polizia penitenziaria?
“Ci sono stati primi incontri costruttivi. Non ci può essere contrapposizione tra noi, l’obiettivo dev’essere comune. C’è carenza di personale, questo è vero. Ma attendiamo fiduciosi gli allievi che stanno finendo il corso”.
Lei ha accettato un posto che nessun altro voleva. Come mai ha scelto di dirigere un carcere?
“Non è un sogno che si ha da bambina. Mi sono interessata nel corso degli studi di legge e ho partecipato a un concorso. È un lavoro molto esperienziale e delicato: si ha a che fare con la vita delle persone, si influisce su questa. Si può anche fare la differenza”.










