di Massimo Massenzio
Corriere Torino, 4 agosto 2024
“Inostri laboratori si sono salvati, ma è solo una magrissima consolazione. Non so come e quando riapriremo”. Ha la voce bassa Pasquale Ippolito, responsabile delle attività formative del Ferrante Apporti gestite da Inforcoop Ecipa Piemonte e presidente dell’associazione di volontariato “Aporti Aperte”. Da oltre 20 anni cerca di offrire un futuro ai giovani detenuti, ha vissuto situazioni difficili, ma non ha mai assistito a un simile disastro.
Ha visto il video della rivolta?
“Purtroppo sì. Quei ragazzi li vedo tutte le mattine, ma evidentemente ho conosciuto solo la loro faccia svogliata quando scendono in ciabatte per fare attività. Ma non quella violenta e cattiva che c’è in quel filmato. Sono molto deluso. E arrabbiato”.
Che cosa ha pensato sentendo quelle urla?
“Che abbiamo fallito. Tutti quanti. Non c’è altro da dire. Quello che è successo dimostra che non siamo in grado di gestire un istituto per minori. Se non riusciamo a imporre a questi ragazzi di essere puntuali e rispettosi di basilari regole di comportamento, come possiamo pensare di arginare una rivolta?”.
A cosa si riferisce?
“Il Dipartimento dà vitto, alloggio e poco altro. Se a sorvegliare questi ragazzi ci sono agenti ventenni, con pochi giorni di servizio, e mancano i superiori con esperienza, le conseguenze sono quasi scontate. Bisogna avere professionalità per raffrontare certe situazioni. Ma, ripeto, le responsabilità sono di tutti, anche mie. Non riusciamo a essere autorevoli, ma solo autoritari. E sono convinto che se ci fossi stato io, giovedì sera, mi avrebbero detto “spostati altrimenti ti abbattiamo”. Non sarebbe cambiato assolutamente nulla”.
E adesso quali correttivi bisognerebbe utilizzare?
“Prendere coscienza del nostro fallimento, parlarci guardandoci negli occhi e magari fermarci, per un po’. Bloccare tutto e poi ripartire da zero con un sistema che premia chi si comporta bene e sanziona chi non lo fa. Senza troppi buonismi”.
Pensa che in passato ci sia stata troppa indulgenza?
“Dobbiamo capire chi abbiamo di fronte e comportarci di conseguenza. E quel video ce lo mostra. Ragazzi che non hanno niente da perdere, che sanno che quando usciranno di qui toneranno a essere clandestini. Hanno subito violenze inaudite e le nostre ramanzine li fanno ridere. E lo ripetono sempre: “Non importa morire, quello che conta è vivere da re per pochi giorni”. Questi giovani chiusi in un carcere sovraffollato, dove qualcuno dorme per terra, rappresentano una situazione esplosiva. Forse più pericolosa di quella che avevano creato fuori. E il “Ferrante” non è certo un lager, ma una struttura decorosa che offre molte attività. Il problema è che non siamo attrezzati per contenere questo tipo di utenza”.
Quali sono le alternative?
“È necessario evitare il branco, impedire che un ragazzo resti in carcere per anni e lavorare con gruppi più piccoli”.
Cosà dirà ai detenuti quando li incontrerà?
“Prima di parlare con i ragazzi vorrei che tutte le componenti del carcere si riunissero per stabilire le poche regole da far rispettare in maniera ferrea. E poi fare in modo che per questi giovani non ci siano più scusanti, nessun alibi. Devono essere seguiti, impegnati e serve un’assistenza sanitaria adeguata. Ma quello che più importa è che acquisiscano la consapevolezza che chi sbaglia verrà punito. E che non ci potrà essere una seconda rivolta al Ferrante. Mai più. Altrimenti tutto il resto non ha senso”.











