di Andrea Bucci
La Stampa, 9 luglio 2025
La notte del primo agosto scorso l’istituto è stato messo a ferro e fuoco dai detenuti: la protesta è durata quasi fino all’alba. Trentasette anni: è questa la somma delle nove condanne - in rito abbreviato - inflitte dal Tribunale per i Minorenni ai responsabili della rivolta che, nell’agosto dello scorso anno, devastò il carcere minorile Ferrante Aporti. Un totale superiore ai 32 anni e 4 mesi richiesti dal pubblico ministero Davide Fratta.
Il verdetto - La sentenza del collegio presieduto dalla giudice Maria Grazia Devietti Goggia è arrivata martedì 8 luglio poco prima della mezzanotte, al termine di un’udienza fiume iniziata al mattino nella maxi aula del Palazzo di Giustizia. Le pene più pesanti vanno da un massimo di 8 anni e 4 mesi per due imputati, a un minimo di 3 anni per un altro ragazzo. Altri quattro giovani - tra cui uno di loro difeso dall’avvocato Andrea Lichinchi - sono stati condannati a 4 anni e 6 mesi ciascuno (tra loro anche un italiano, difeso dall’avvocato Cristian Scaramozzino, che aveva tentato di far riqualificare il reato come “rivolta in istituto penitenziario”, figura introdotta dal nuovo decreto sicurezza). Ci sono poi le condanne a 3 anni e 6 mesi per il più giovane del gruppo (aveva 15 anni il giorno della rivolta) e a 3 anni e 2 mesi per un altro coinvolto. Per uno solo degli imputati, il Tribunale ha accolto la richiesta del suo legale - l’avvocato Roberto Breatta Doriguzzi - di messa alla prova per 20 mesi.
Gli imputati - Nove stranieri e due italiani, tutti tra i 15 e i 17 anni all’epoca dei fatti, erano a processo per devastazione e saccheggio. Solo a due di loro è stata contestata anche la violenza e minaccia a pubblico ufficiale. Un altro imputato, che all’epoca aveva 16 anni e già una condanna per il tentato omicidio di Mauro Glorioso (lo studente colpito da una bicicletta lanciata dai Murazzi), sarà giudicato con rito ordinario. Difeso dall’avvocato Domenico Peila, comparirà in aula a settembre.
I disordini - Era la notte tra il 1° e il 2 agosto. Poco dopo la cena nel carcere minorile, erano iniziati i disordini. Quattro detenuti - considerati i promotori - si erano rifiutati di rientrare nelle loro celle nella sezione del gruppo 3 dell’istituto penitenziario: urla, porte e finestre sbattute, prime reazioni violente contro gli agenti.
Da lì, la situazione è degenerata coinvolgendo altri reclusi. Divisi in gruppi, avevano appiccato incendi al piano terra e nella biblioteca. Molte porte erano state divelte, le vetrate infrante. Negli uffici erano stati scardinati diversi armadi, i computer distrutti. Registri e documenti erano stati bruciati o strappati. Anche i servizi igienici riservati al personale erano stati devastati: lavandini e water ridotti in pezzi, frantumati con mazze di ferro e bastoni.
Minacce e aggressioni - Altri detenuti avevano distrutto il refettorio e lanciato un bidone della spazzatura contro un monitor per romperlo. Alcuni di loro erano riusciti a entrare nell’ufficio del direttore Giuseppe Carro, che era stato minacciato con una spranga di ferro. Diversi agenti della polizia penitenziaria erano stati aggrediti.
La strategia - Intanto, qualcuno aveva tentato la fuga, ma era stato bloccato. È emerso poi che, quella sera, anche nella casa circondariale Lorusso e Cutugno erano scoppiati disordini con l’unico scopo di attirare altri agenti di custodia lontano dal Ferrante, favorendo così l’evasione. Le minacce erano state pesanti: “Lasciateci stare. Vi ammazziamo tutti”, e ancora: “Qualcuno si farà male”, rivolte agli agenti impegnati nel contenere la sommossa, durata circa dodici ore.
In diretta social - Il tutto era stato ripreso dai detenuti con un cellulare introdotto clandestinamente in carcere. I video erano poi finiti su TikTok. Una notte di follia che, secondo una prima stima, avrebbe causato almeno 85 mila euro di danni.
Il commento del procuratore - Per Emma Avezzù, procuratore presso il tribunale per i minorenni di Torino, “è importante che sia stato riconosciuto il reato di devastazione. Non si poteva parlare di rivolta: questa figura introdotta solo di recente e peraltro, oltre a far sorgere dei dubbi di costituzionalità, è punita con pene inferiori”. A sostenere la tesi dell’applicabilità della “rivolta” erano stati alcuni degli avvocati difensori.











