di Elisa Sola
La Stampa, 22 maggio 2025
Il quarantenne si è impiccato in carcere prima dell’udienza di convalida dell’arresto. Aperta un’inchiesta per istigazione. C’è il video dell’arresto. “Perdonaci Hamid. Perché, nonostante tutto, non siamo riusciti a tenerti qui con noi. La tua morte ce la sentiamo addosso. È una sconfitta per tutta la società”. Non solo la sorella Zahira, i familiari che lo aspettavano in Marocco, i suoi amici e i compagni di strada di Barriera di Milano. Anche don Luigi Ciotti del Gruppo Abele piange la morte di Hamid Badoui, l’uomo di 40 anni emigrato a Torino 15 anni fa, che si è tolto la vita lunedì mattina nel carcere Lorusso e Cutugno.
Nel tunnel del crack - Hamid era diventato un ragazzo di strada da quando era finito nel tunnel del crack. Le operatrici del Drop in di via Pacini del Gruppo Abele erano diventate il suo punto di riferimento. Le uniche a cui chiedeva aiuto, ogni volta che usciva dal carcere dopo l’ultimo arresto per furto che faceva per comprarsi la droga. L’ultima telefonata dal Lorusso e Cutugno l’ha fatta a loro: “Ho deciso. Smetto. Mi disintossico. Voglio cambiare vita. Mi prenotate la visita al Serd?”. L’appuntamento era fissato. Ma Hamid è morto prima. Impiccato nella sua cella, dopo 28 ore dall’ingresso in carcere. Era appena tornato a Torino, dopo 33 giorni di reclusione nel Cpr in Albania voluto dal governo Meloni.
“È stato sballottato in un’odissea burocratica che si rivela ancora una volta assurda e inumana”, dice don Ciotti. Hamid è stato liberato dal Cpr una settimana fa, su ordine del giudice di pace di Roma, che ha scritto: esistono “dubbi sulla legittimità costituzionale del trattenimento nei Cpr”. Occorre aspettare che sul punto si esprima la Corte costituzionale. Hamid era tornato libero. Dall’Albania era arrivato in Puglia. Venerdì era sceso dal treno a Porta nuova. La sorella Zahira ricorda: “Non voleva uccidersi”.
L’arresto e i tafferugli - Sabato pomeriggio succede qualcosa. Hamid entra in una tabaccheria in corso Giulio Cesare. Dice: “Mi hanno derubato di una scheda sim, chiamate la polizia”. Arrivano le volanti. “Arrestate il mio ladro” grida Hamid. Ma gli agenti non possono farlo. Non ci sono gli estremi. Glielo spiegano. Lui si agita. Colpisce la macchina della polizia, grida che vuole i carabinieri. Si dimena. Una folla di 50 persone, così scriveranno gli agenti del commissariato Barriera di Milano, accerchia gli agenti. Ci sono persone che riprendono con il telefonino. Altre che urlano: “Fermatevi! Non potete trattarlo così! Attenzione al piede”. I poliziotti cercano di mettere Hamid nella volante ma lui non vuole. La tensione è altissima. Una donna col velo tenta di impedire che lo portino via. I tafferugli coinvolgono altri passanti. Tutti urlano. La donna è a terra. Arriva il 118. Alcune persone verranno denunciate per avere tentato di bloccare i poliziotti. Ma l’inchiesta principale aperta dalla procura, è quella per istigazione al suicidio. Il pm Paolo Scafi ha affidato al medico legale l’incarico per svolgere oggi l’autopsia.
“Un ragazzo tranquillo” - In procura arriveranno anche i video dell’arresto. Alla fine, dopo le urla, l’arresto per resistenza di Hamid, e i tafferugli, nessuno chiede un intervento sanitario per l’uomo, che è fuori di sé. E che forse ha bisogno di uno psichiatra. Appare, in questi frame, un uomo stremato. Non lucido. “Fammi uscire da qui, preferisco tornare in galera”, diceva Hamid al suo avvocato torinese, Luca Motta, ad ogni telefonata che riusciva a fargli dal Cpr in Albania. “Annientato emotivamente”, dice don Ciotti. Eppure, prima di finire lì, era una persona diversa.
Lo conferma Ioana Ciurean, la referente del Drop in del gruppo Abele di via Pacini: “Era un ragazzo tranquillo. Non è mai stato violento. Lo conosciamo dal luglio del 2023. Da quando viveva sotto il portico di via Pacini. Era collaborativo. Aveva una famiglia a Torino che lo poteva accogliere. Ma si vergognava a tornare dalla sorella perché era dipendente dal crack. Dava una mano a pulire il portico. Se qualcuno litigava, lui mediava. Aveva una fidanzata. Si è sempre posto con rispetto nei nostri riguardi e verso gli altri”.
Poi lo hanno perso di vista, dopo l’ultimo arresto, a ottobre. “Ma dal Lorusso e Cutugno ci hanno cercato - racconta Ioana - perché Hamid ha chiesto di noi. Aveva detto di volere iniziare un percorso con il Serd e con noi per disintossicarsi. Aveva capito che era il momento di dire basta. Voleva fare qualcosa. Così abbiamo attivato il Serd della zona in cui vive sua sorella, perché in Barriera sarebbe stato troppo alti il rischio di tornare nel giro. Avremmo dovuto vederlo ieri. Quando abbiamo saputo che era morto ci si è aperto il cuore”.










