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di Elisa Sola

La Repubblica, 31 ottobre 2023

Il gip approva la richiesta del pm e archivia il caso. In carcere al Lorusso-Cutugno scese da 80 a 50 chili nel giro di sei mesi. Agenti e medici non intervennero, lui fu ucciso da un batterio. Non ci sono colpevoli per la morte di Antonio Raddi, stroncato a 28 anni da un’infezione dopo avere perso 30 chili in sei mesi nel carcere di Torino. Nessuno andrà a processo. E forse nessuno, a questo punto, saprà mai cosa gli è accaduto dietro le sbarre di un luogo inaccessibile. O i nomi di chi avrebbe potuto salvarlo e ha fatto finta di non vedere. Il gip di Torino, accogliendo la richiesta del procuratore aggiunto Vincenzo Pacileo, ha archiviato l’indagine.

Raddi è morto il 30 dicembre 2019. Pesava 50 chili, rispetto agli 80 di quando era entrato alle Vallette, a giugno. Doveva scontare pochi mesi per piccoli reati legati alla tossicodipendenza. Il 4 dicembre la Garante dei detenuti, vedendolo in sedia a rotelle, nell’ennesima segnalazione inviata ai vertici del carcere scriveva: “Implora di intervenire. Ha le stesse sembianze di Stefano Cucchi”.

Gli indagati - per omicidio colposo - erano quattro medici della sanità penitenziaria del Lorusso e Cutugno. “Pur riconoscendo che la struttura sanitaria aveva gravemente sottovalutato la situazione - spiegano i legali della famiglia - e che lo stato di malnutrizione fu una delle cause dell’infezione che condusse Antonio alla morte, il giudice ha archiviato ritenendo che una supposta scarsa collaborazione dello stesso Antonio sarebbe stata determinante”. Il riferimento alla “non collaborazione” è il rifiuto di Raddi di farsi ricoverare al repartino delle Molinette il 10 dicembre 2019. “Antonio aveva paura di quel posto”, raccontava chi lo ha conosciuto. Nella stessa data i vertici del carcere scrivevano: “Il soggetto è ampiamente monitorato”. Tre giorni dopo Raddi collassa. “Vomita sangue e non si muove”, l’allarme del compagno di cella. Quando il giovane il 13 dicembre arriva all’ospedale Maria Vittoria, non c’è più nulla da fare. Entra in coma. E muore 17 giorni dopo. Il suo corpo è troppo fragile per reagire a un batterio comune, la Klebsiella pneumoniae. Eppure, alle Vallette, nessuno credeva che Antonio stesse male. Il 20 novembre un medico del carcere rispondeva all’ennesima lettera della garante dei detenuti: “La perdita di peso è una modalità strumentale per ottenere benefici secondari”.

L’inchiesta della procura è durata quattro anni. Per due volte il pm ha chiesto l’archiviazione. La famiglia si è sempre opposta, con gli avvocati Gianluca Vitale e Federico Milano. Nell’ultima consulenza tecnica ordinata dalla procura i medici legali scrivono: “Risulta il difetto di approfondite verifiche che, in corso del dimagrimento del detenuto, dovevano essere attuate quanto meno da settembre-ottobre del 2019. Se messe in atto, avrebbero potuto arginare lo stato di malnutrizione”.

Dunque, già quattro mesi prima della morte la situazione era grave. Ma il gip ha ritenuto fondamentale il fatto che Raddi, tre giorni prima dell’ultimo accesso in ospedale, avesse rifiutato il ricovero. Se fosse rimasto in ospedale, forse i medici avrebbero potuto capire che aveva un’infezione e salvarlo, è il ragionamento del pm avallato dal giudice. Ma è tardi per continuare a chiedersi se o perché. Il caso è chiuso. Per sempre.