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di Simona Lorenzetti

Corriere di Torino, 15 marzo 2022

Nuova denuncia al Lorusso e Cutugno. Ministero chiamato in causa al processo sulle violenze. Picchiato e poi chiuso in cella per 48 ore, con il divieto di presentarsi dal medico per le terapie di routine. Una nuova presunta storia di abusi arriva dal carcere Lorusso e Cutugno. È contenuta in un fascicolo d’inchiesta della Procura di Torino, al quale sono allegate le foto che ritraggono i lividi sul corpo del detenuto. La vittima è Vittorio Jerinò, personaggio di spicco della ‘ndrina di Gioiosa Jonica. È in carcere dall’ottobre del 2014, quando i carabinieri lo scovarono in un alloggio bunker di Torino dopo 85 giorni di latitanza.

L’uomo è accusato di essere l’esecutore dell’omicidio dell’ex ‘ndranghetista Salvatore Germanò, freddato a colpi di pistola nelle campagne di Borgo San Dalmazzo e seppellito le sponde del torrente Gesso. La sentenza è passata in giudicato e sta scontando la condanna.

A dispetto del suo curriculum criminale, racchiuso in cinque pagine di casellario giudiziario, Jerinò oggi è un uomo malato. Soffre di diverse patologie, tanto che durante la pandemia il Tribunale di Sorveglianza gli aveva concesso - seppure per un periodo limitato - i domiciliari per scongiurare il contagio. L’episodio di cui sarebbe stato protagonista e vittima risale al 15 gennaio, qualche mese dopo essere rientrato in cella. Era un sabato. Stando alla denuncia, depositata nelle settimane scorse dall’avvocato Cristian Scaramozzino, quella mattina Jerinò aveva prenotato una videochiamata con la figlia, costretta a casa dal Covid.

Quando si è presentato in sala colloqui, sarebbe stato accolto da una guardia. Un uomo dalla stazza imponente che gli avrebbe vietato quell’unico contatto con il mondo esterno. “Qui decido io chi può chiamare o no”, avrebbe chiosato l’addetto alla sorveglianza. Poi, di fronte alle rimostranze del detenuto, l’agente lo avrebbe colpito con una raffica di pugni alla spalla, al braccio e al ginocchio. Infine, lo avrebbe rinchiuso nella cella fino al lunedì successivo. “Il fine settimana, però, non trascorreva tranquillo - si legge nella denuncia.

Domenica mattina, l’agente apriva lo spioncino della cella e puntava agli occhi del detenuto un’accecante luce per dieci minuti. Peraltro, il medico della struttura lo aveva chiamato per le visite, ma non gli era stato consentito di lasciare la cella”. Solo il lunedì Jerinò è riuscito a contattare la famiglia e raccontare quanto accaduto. In quei giorni, il detenuto avrebbe anche cercato di mettersi in contatto con la polizia giudiziaria del carcere, ma la sua richiesta scritta è stata respinta. Ora sarà la Procura a fare luce sulla vicenda.

Intanto ieri è iniziata l’udienza preliminare dell’inchiesta sulle presunte torture avvenute all’interno del penitenziario tra il 2017 e il 2019. Gli imputati sono 25: tra loro anche l’ex direttore Domenico Minervini, che avrebbe espresso la volontà di farsi interrogare e di essere giudicato con rito abbreviato. Il ministero della Giustizia è stato chiamato in causa come responsabile civile, mentre i garanti comunale, regionale e nazionale dei detenuti si sono costituiti parte civile, insieme con l’associazione Antigone.