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Corriere della Sera, 5 settembre 2019

 

Basta analizzare i dati degli ultimi 18 mesi, per capire quanto il Cpr di corso Brunelleschi sia diventato un posto semi-abbandonato dallo Stato. Con l'applicazione delle ultime finanziarie, che hanno tagliato nettamente le risorse destinate ai Cpr, ma soprattutto, dopo la morte (naturale) di un detenuto avvenuta lo scorso luglio, il Centro di permanenza e rimpatrio di corso Brunelleschi è un luogo dove le rivolte sono all'ordine del giorno, i tentativi di suicidio e le proteste quotidiane. La violenza è pronta ad esplodere come sabato scorso, quando un immigrato ha chiesto un farmaco e, dopo aver ricevuto una risposta negativa, si è arrampicato a sei metri di altezza. È caduto, è nata una guerriglia tra detenuti e forze dell'ordine, finita con due feriti. In pratica, racconta chi lo frequenta, è "quasi peggio di un carcere".

Il problema non è soltanto la carenza di organico tra le fila delle forze dell'ordine, ma l'assenza di "personale civile", all'interno del Centro, che possa lavorare a fianco dei detenuti e prevenire situazioni di rischio e violenza. Medici, psicologi, traduttori, mediatori culturali, impiegati. Sono figure pressoché sparite. Basta analizzare i dati degli ultimi 18 mesi, per capire quanto il Cpr di corso Brunelleschi sia diventato un posto semi-abbandonato dallo Stato. Nell'ultimo verbale della Commissione solidarietà dell'Ordine dei medici, stilato a fine luglio, c'è un tabella che mostra dati impietosi. Per 158 "ospiti" (o "detenuti"), le ore di presenza del medico sono passate da 144 a 42 alla settimana. Quelle dello psicologo - figura molto rilevante in un contesto del genere - sono state dimezzate: da 54 a 24. L'assistente sociale, fino a un anno e mezzo fa presente 36 ore (che erano comunque poche), oggi c'è 24 ore e basta. In sette giorni però. Il mediatore culturale, altra professionalità importantissima in una sorta di prigione dove sono tutti immigrati, una volta era presente 108 ore alla settimana: oggi 48. Le risorse sono state tagliate con la scure addirittura per l'economo, che ora fa 12 ore a settimana e non più 36. E gli avvocati, che sono necessari perché al Cpr sono quasi tutti accusati di aver commesso reati, possono lavorare al Cpr soltanto 12 ore a settimana, a fronte delle 72 di prima: se già era una beffa due anni fa, figuriamoci oggi. Dodici ore non bastano nemmeno per leggere le carte di un caso solo. Non solo. Grazie alle manovre dell'ultimo governo, l'insegnamento della nostra lingua, che prima poteva contare su un insegnante che lavorava 36 ore, oggi non è più previsto. Così come non c'è più - ma questo da anni - la Croce rossa. Il centro è gestito dalla cooperativa Gepsa, che però, avrebbe poco personale.

Nel documento stilato dai medici, si denuncia un altro aspetto: in tale contesto il diritto alla salute non sarebbe garantito. Si parla di "gravi situazioni di omissione di soccorso" e si sollecita "l'Ordine dei Medici a mettere in moto tutti i possibili interventi". Le condizioni ambientali e sociali di vita degli ospiti esporrebbero "a fattori di rischio non controllati", come le "fonti di contagio". Inoltre, "traumi e eventi morbosi acuti sono affrontati con competenze e strumenti inadeguati". Ci sarebbe un abuso di sedativi.

All'ultima riunione ha partecipato anche Alda Re, di "lasciateCIEntrare", che ha spiegato: "Il cosiddetto ospedale non è in realtà un ambulatorio, ma una struttura di pochi metri quadrati dove l'aria, ossia il luogo dove i pazienti possono andare a fare due passi, è una gabbia di un metro e mezzo". "Le carenze ci sono a tutti livelli - denuncia Re - piove dentro, il cibo è immangiabile, il riscaldamento non funziona, le stanze sono senza finestre: il Cpr è peggio della prigione, perché non è un luogo normato".