di Marina Lomunno
La Voce e il Tempo, 31 ottobre 2026
“Dietro le sbarre prigioni visibili e invisibili” è il titolo suggestivo del convegno che si è tenuto lunedì 26 ottobre a Palazzo Barolo, nell’ambito del “Festival dell’accoglienza”, promosso dal Forum del Terzo settore del Piemonte in collaborazione con l’Opera Barolo. Tante le suggestioni che si sono incrociate in un pomeriggio dedicato alla riflessione sulle difficili condizioni delle carceri della Penisola afflitte - come ha ricordato introducendo i lavori Arturo Soprano, presidente dell’Opera Barolo e presidente emerito della Corte d’Appello di Torino richiamando il recente rapporto sulle carceri italiane della Associazione Antigone - da sovraffollamento, tasso di recidiva che sfiora il 70%.
E poi suicidi dietro le sbarre di detenuti ma anche degli agenti penitenziari elemento quest’ultimo che con un numero di casi superiore di 4 volte quello dei suicidi nella popolazione libera, è la spia di un malessere, che se contagia anche i dipendenti dei penitenziari, significa che ha superato il livello di guardia. Per non parlare - come ha evidenziato Arturo Soprano - della giustizia minorile che, in seguito all’applicazione del decreto Caivano, registra un incremento del numero dei minori ristretti sebbene la carcerazione per i più giovani debba essere l’extrema ratio.
E allora rievocando una celebre frase attribuita a Voltaire, che “il grado di civiltà di un Paese si misura osservando le condizioni delle sue carceri” c’è da chiedersi ha proseguito Soprano “quanto oggi possa essere considerato civile un Paese che prediliga una politica carcerocentrica e panpenalistica e che possa trovare adeguata soluzione, semplicemente, con la creazione di nuovi edifici carcerari e con la trasformazione di caserme in luoghi di detenzione, senza ulteriori misure”.
Poi sono seguiti gli interventi a cura di Gabriele Moroni portavoce del Forum del Terzo Settore che ha ricordato la seconda edizione del premio letterario intitolato al salesiano don Domenico Ricca (don Meco), per 40 anni cappellano dell’Istituto penale minorile torinese che ha dedicato la sua vita alla prevenzione del disagio giovanile anche dietro le sbarre. Ancora, il suo successore, il confratello don Silvano Oni che ha descritto la realtà attuale del Ferrante Aporti evidenziando anche gli aspetti positivi del carcere minorile torinese a differenze della desolazione delle carceri degli adulti: agenti che conoscono per nome tutti i ragazzi ristretti, un buon numero di educatori e associazioni del terzo settore e volontari che si dedicano all’ascolto e a fornire opportunità formative utili per il dopo pena.
Anche Lucia Bianco, vicepresidente del Gruppo Abele ha sottolineato quanto sia importante che il tempo del carcere non sia “vuoto” ma occasione per ripensare alla propria vita con il supporto di occasioni di studio, tirocini lavorativi e una volta fuori lavorare in rete per accogliere soprattutto chi “fuori non ha famiglia”.
Maria Teresa Martinengo, segretaria dell’Ordine dei giornalisti del Piemonte, si è soffermata sulla responsabilità dei media sulla “narrazione del carcere” che spesso si ferma alla cronaca “nera” perché “fa più notizia” e molto meno all’approfondimento delle “prigioni invisibili”, cioè sui mali che affliggono la situazione carceraria della Penisola ma anche sui motivi che spingono molti giovani “nati nella culla sbagliata”, come era solito dire don Ricca a delinquere o a finire preda dell’illegalità.
Come uscirne? Giovanni Papotti, avvocato dell’Asgi (Associazione di studi giuridici sull’immigrazione) e Rita Oddo, avvocato, consigliera dell’Opera Barolo con delega al Carcere e Giustizia sociale, hanno richiamato l’attenzione soprattutto della politica - come nella tradizione dei santi sociali torinesi - alla persona e al dettato costituzionale, perché si metta al centro la necessità che il periodo della detenzione sia un tempo dedicato alla rieducazione.









