di Massimiliano Nerozzi
Corriere di Torino, 22 ottobre 2020
Causa numero eccessivo di persone - tutte parti processuali - rispetto alle dimensioni dell’aula, ieri mattina è saltato un altro dibattimento, quello contro l’ex comandante dei carabinieri di Pinerolo, accusato di corruzione, rivelazione di segreto d’ufficio e circonvenzione di incapace in concorso, nell’inchiesta del pubblico ministero Elisa Pazé. Del resto, la chiusura delle maxi aule dopo la caduta di un listello di legno dal tetto, ha ulteriormente complicato le cose, dentro un palazzo di giustizia che ha pochi spazi idonei alle norme anti-covid. I presidenti di sezione stanno tentando di salvare più processi possibili, ma ieri, per esempio, ci si è ritrovati nell’aula 59, una delle più piccole, e così i difensori hanno fatto istanza di rinvio, per motivi sanitari. Dopo aver posticipato l’udienza alle 10, nel tentativo di reperire un’altra aula, ai giudici della terza sezione penale non è rimasto che rinviare il dibattimento. Come se non bastasse, sulle attività del palazzo “Bruno Caccia” pende l’accordo del 14 ottobre, tra il Dipartimento dell’organizzazione giudiziaria e i sindacati, sullo smart working (previsto fino al 31 dicembre). “Ho capito che può essere un casino - dice schietto Gabriele Gilotto, segretario della Cgil-funzione pubblica (Fp) - e che questo rischia di rallentare la giustizia”. In alcuni tribunali, anche di più: “A Ivrea c’è una scopertura di posti del 50 per cento: se la metà lavorasse da casa, non aprono neanche la porta”. I dirigenti degli Uffici dovranno organizzarsi, anche con i sindacati, come ricorda Aldo Blandino, della Cisl-fp: “Lo smartworking in periodo emergenziale è materia contrattuale, e quindi si dovrà fare un accordo vero e proprio”. Proprio ieri sono arrivate le richieste di incontro, da parte dei vertici giudiziari. Così come sono stati notificati gli accordi, con i lavoratori che cinque giorni per indicare la disponibilità al lavoro agile, cui seguiranno altri 10 giorni per la valutazione. Al solito, come già visto sotto lockdown, c’è un enorme problema, di più nel settore penale: “La strumentazione informatica non è adeguata”, taglia corto Gilotto. Tiene alta l’attenzione anche il segretario generale della Confsal-Unsa, Costantino Squeo, partendo dall’allarme del presidente del tribunale di Bologna (“con lo smartworking al 50 per cento chiudiamo”): “Non dice una bugia, perché c’è la possibilità che i tribunali si blocchino, ma aggiungo che ci sono mezze misure”. Ovvero: “La cosa importante è che gli individui fragili, con certificato, devono assolutamente stare in smart, come chi ha superato i 63 o i 65 anni”. Altra avvertenza: “Però, non siamo d’accordo a mandare persone a casa, senza fare nulla”. Come però a volte è successo, durante il lockdown, dicono altri, sottovoce: “Gli si è dato da fare qualcosetta, ma i sistemi informatici da remoto sono inaccessibili”. Così, Squeo fa una proposta: “Chi è a casa potrebbe fare formazione”. Che i sistemi telematici siano un mezzo disastro lo conferma Blandino: “C’è una certa difficoltà nel far dialogare i software, senza dimenticare la necessaria segretezza dei dati”. Allora, si torna al punto di partenza: “Che sia uno smartworking produttivo”. Nell’attesa, molti avvocati in giro per il palazzo di giustizia, sono pessimisti: “Qui si blocca di nuovo tutto”. Vengono in mente le parole del presidente del tribunale, Massimo Terzi, uscendo dal lockdown: “Un altro vorrebbe dire la fine del settore penale”. Dunque, occhio.










