di Marina Lomunno
La Voce e il Tempo, 4 agosto 2024
All’indomani della sommossa all’Istituto penale minorile di corso Unione Sovietica, il francescano Giuseppe Giunti, volontario con i collaboratori di giustizia, riflette sulle motivazioni del malessere che serpeggia nelle carceri italiane e che coinvolge anche i giovani reclusi. Proprio mentre il Governo ha approvato il nuovo Decreto legge sulle carceri, non si placano le proteste dei detenuti nei penitenziari della Penisola, segno di un malessere che da settimane sfocia in sommosse nelle carceri, da Torino alla Sicilia. Due sere fa disordini anche l’Istituto penale minorile (Ipm) torinese “Ferrante Aporti”, dove i ristretti hanno incendiato celle e uffici amministrativi, manomesso i sistemi di sorveglianza, aggredito gli agenti.
Il bilancio è pesante: oltre ai danni alla struttura sarebbero stati feriti 10 agenti e 12 giovani reclusi intossicati. Tra i motivi della protesta, il sovraffollamento dell’Ipm, dove sono ospitate 52 persone a fronte di una capienza di 42, anche se qualche settimana fa i giovani reclusi erano 60, la maggior parte stranieri. Poche ore dopo un’altra rivolta al “Lorusso e Cutugno” dove, nel padiglione B, andavano a fuoco materassi e suppellettili.
Suicidi (61 tra i detenuti e 3 tra gli agenti penitenziari dall’inizio del 2024), celle stracolme, strutture fatiscenti: una situazione esplosiva - il periodo estivo è il peggiore per chi vive dietro le sbarre per il caldo e l’interruzione delle attività formative e scolastiche - che preoccupa da mesi il Presidente Mattarella che nei giorni scorsi, durante il tradizionale incontro con i cronisti della stampa parlamentare, ha detto riferendosi allo stato delle patrie galere: “Condizioni angosciose agli occhi di chiunque abbia sensibilità e coscienza. Indecorose per un Paese civile, qual è, e deve essere, l’Italia. Il carcere non può essere il luogo in cui si perde ogni speranza, non va trasformato in palestra criminale”.
Sulla rivolta all’Ipm torinese abbiamo chiesto una riflessione al francescano Giuseppe Giunti, volontario presso le carceri di Alessandria e Torino con i collaboratori di giustizia. Fra’ Giunti, autore di libri sulla detenzione, ha visitato di recente “Il Ferrante” invitato per un incontro con i ragazzi detenuti sul tema dell’importanza della scuola e dell’educazione a partire dall’art. 27 della nostra Costituzione dove si raccomanda che “le pene devono tendere alla rieducazione del condannato”. Invece il tasso di recidiva nelle nostre galere sfiora il 70%: significa che la maggior parte di chi entra in carcere, a fine pena torna a delinquere.
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I ragazzi detenuti all’Ipm Ferrante Aporti che in questi giorni hanno gridato la loro ribellione alle condizioni incivili nelle quali sono obbligati a sopravvivere hanno commesso reati, certo. Capire le loro ragioni, ascoltare la loro protesta non equivale a scusare ciò che hanno fatto. Ma ci permette di capire, e capire le loro storie apre la nostra intelligenza e anche il nostro cuore ad una visione più ampia, più profonda, più civile.
Il 90% sono stranieri, come mai? Decenni fa con la stessa percentuale di ospiti al “Ferrante Aporti” erano immigrati dalle Regioni del Sud Italia, dal Veneto e dalla Sardegna. Come mai? Si chiama marginalità, si chiama devianza, si chiama esclusione. Si chiama delusione. Una società con una storia incredibile di arte, cultura, diritto, fede come l’Italia può permettersi di non capire, non studiare, non reagire a tutto questo?
Eppure, sì, in questo momento storico, politico, culturale sembra che l’Italia voglia girarsi dall’altra parte e affidare il proprio stato d’animo a “decreti sicurezza” e roba del genere.
I ragazzi del “Ferrante” che ho incontrato lo scorso giugno fa alla fine di una mattinata di dialogo, ascolto, canzoni arabe, preghiera mi hanno rivolto una domanda, una sola, sussurrata con pudore “cosa ci sto a fare qui dentro?”. Non devono essere lì. Devono essere in comunità rieducative, affidati alla società civile tramite educatori, formatori che li accompagnino verso la vita adulta, tramite esperienze, progetti, verifiche, regole.
E poi il dolore più forte che ho provato quel giorno è che non hanno famiglia; ne hanno nostalgia, alcuni vorrebbero tornare da dove sono partiti, illusi dal modello di vita del consumo, dell’immagine, del denaro in qualsiasi modo, che qui intossica non solo loro, ma tanti loro coetanei che però non si chiamano Ahmed, Alì, Hassan, Omar nomi che significano “Lodevole”, “Elogiato”, “Bello”, “Lungavita”. Oppure Tariq, “colui che bussa alla porta”.
Fra’ Giuseppe Giunti











