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di Claudio Laugeri


La Stampa, 18 ottobre 2019

 

Insulti e botte ai detenuti, sei agenti arrestati. Scandalo nel carcere "Lorusso e Cutugno" di Torino, l'ipotesi di reato è tortura. Gli inquirenti: fenomeno esteso. "Per quello che hai fatto, devi morire qui".

L'umiliazione, gli insulti e le minacce. Dopo le botte. Era il trattamento riservato a una mezza dozzina di detenuti delle quattro "sezioni incolumi", nel padiglione C del carcere "Lorusso e Cutugno" di Torino. Da ieri mattina, sei agenti di polizia penitenziaria sono agli arresti domiciliai per tortura, reato introdotto due anni fa nel codice penale. La pena è dai cinque ai dodici anni di carcere.

A indagare sugli agenti sono stati i colleghi del Nucleo investigativo centrale della polizia penitenziaria. Gli episodi sono avvenuti tra aprile 2017 e novembre 2018. Riguardano una mezza dozzina di detenuti, ma il sospetto degli inquirenti è che il fenomeno fosse più esteso. L'indagine è scaturita dalla segnalazione della Garante comunale peri diritti dei detenuti, Monica Cristina Gallo. È stata lei a raccogliere le confidenze di alcuni carcerati, tutti sotto i 40 anni e arrestati per reati sessuali.

Pedofili e stupratori, la categoria più odiata in carcere. E sovente, anche fuori. Per questo, gli agenti avevano deciso di farei "vigilantes", i "giustizieri" che applicavano pene anche prima della sentenza. Sapevano che quei personaggi non sono amati. Ma soprattutto, immaginavano che per loro sarebbe stato difficile trovare sostegno, dentro e fuori dal carcere.

L'umiliazione era continua. A uno avrebbero spruzzato detersivo per i piatti sul materasso e strappato le mensole dal muro, un altro sarebbe stato costretto a dormire sull'asse di metallo del letto, senza il materasso, un altro ancora ignorato quando ha chiesto una visita medica. Poi insulti e minacce. Tutto reso ancora più cupo dai toni, dalla veemenza. Violenza verbale. "Figlio di puttana, ti devi impiccare", dicevano a uno. Per un altro, il trattamento era costringerlo a ripetere "sono un pezzo di merda".

Un altro ancora veniva preso a calci nel sedere mentre scendeva le scale, con la litania di sottofondo: "Ti ammazzerei e invece devo tutelarti". C'è questo e altro nella quarantina di pagine dell'ordinanza di custodia cautelare firmata dal giudice per le indagini preliminari Sara Perlo, che ha esaminato il materiale raccolto dal Nucleo investigativo della polizia penitenziaria, coordinato dal procuratore aggiunto Enrica Gabetta e dal pm Francesco Pelosi. Un'indagine senza intercettazioni, senza "pentiti".

Gli inquirenti hanno raccolto testimonianze. Qualche compagno di cella dei detenuti picchiati. E poi, le parole di quelli che hanno preso le botte. Hanno raccontato le modalità di quei pestaggi. Gli agenti infilavano i guanti, per lasciare meno segni. Ma anche per intimidire. Sferravano pugni nello stomaco, sempre per non lasciare segni.

Qualche volta, però, si lasciavano andare: un detenuto ha preso un pugno in faccia e gli è caduto un dente, un altro ha zoppicato tre mesi per un calcio su una gamba tesa. Poi, ci sarebbero sputi, schiaffi, calci nel sedere e nei testicoli, pestoni sui talloni. Dolore fisico e psicologico. Alimentato da frasi del tipo: "Per quello che hai fatto, devi morire qui". "E prematuro entrare nel merito, ma posso dire che va inquadrata in un problema più ampio", sostiene l'avvocato Antonio Genovese, difensore di un agente arrestato.

E spiega: "La situazione diventa esplosiva quando in un carcere come quello di Torino ci sono mille e 523 detenuti anziché mille e 61. Bisogna risolvere questi problemi, per rendere più umana la vita in carcere. Per i detenuti, ma anche per chi lavora in quelle strutture". La vicenda ha scatenato anche la reazione di Matteo Salvini: "Uno Stato civile punisce gli errori, se uno sbaglia in divisa sbaglia come tutti gli altri. Però che la parola di un detenuto valga gli arresti di un poliziotto a me fa girare le palle terribilmente".