di Giuseppe Legato
La Stampa, 13 novembre 2021
Ecco il motivo dell'accusa di sequestro di persona a due poliziotti. La famiglia del giovane suicida: "Inaccettabile, vogliamo giustizia". La famiglia di Musa Balde, il giovane ventitreenne originario della Nuova Guinea che si è tolto la vita nel Cpr di corso Brunelleschi nella notte tra il 22 e i123 maggio scorsi, vuole verità. Lo hanno detto la mamma, il papà e i sette (tra fratelli e sorelle) all'avvocato Gin Luca Vitale conferendogli la procura per assisterli.
Un mandato pieno: "Chiediamo che venga fatta giustizia per il nostro Musa. Era un ragazzo modello, ci aiutava sempre. Era partito nella speranza di un futuro migliore e non è più tornato. Per noi questo è inaccettabile". E devono essere stati in parte sollevati dal sapere, ieri, che l'inchiesta della procura sul suicidio del loro caro congiunto abbia registrato un'accelerata. Due poliziotti, un funzionario e un ispettore dell'ufficio immigrazione della Questura, sono indagati per sequestro di persona e omicidio colposo per il caso di Musa. La seconda imputazione si lega alla prima nei termini della contestazione tecnica: morte in conseguenza di altro reato.
Ciò vuol dire che l'aver rinchiuso Musa nel reparto ribattezzato "Ospedaletto" ha influito sugli avvenimenti successivi che sono noti: il giovane si è impiccato. Era stato recluso in quella zona del centro per una sospetta affezione sanitaria contagiosa. E per evitare che quella strana dermatite contagiasse gli altri ospiti della struttura sarebbe stato confinato in quell'area. L'operazione sarebbe stata eseguita materialmente dai poliziotti, ma verosimilmente su indicazione di un sanitario.
Ulteriori contestazioni sono state mosse ad altri tre agenti, ma per fatti diversi da quelli della morte del ragazzo che pure era arrivato a Torino dopo un brutale pestaggio subito a Ventimiglia ad opera di tre italiani. Dalla procura nulla trapela circa i dettagli dell'inchiesta che comunque è andata in parziale discovery con la notifica degli avvisi a comparire dei due poliziotti i cui interrogatori sono previsti tra pochi giorni. Certo è un'indagine delicata destinata a fare luce anche sui 57 casi di autolesionismo e tentati suicidi che hanno scosso la struttura negli ultimi due mesi e mezzo.
Molti di questi "gesti anticonservativi" sarebbero stati messi in atto per un motivo chiaro: i tentativi di suicidio certificano una situazione psichiatrica incompatibile con la permanenza all'interno del centro. Quegli ospiti devono uscire. E subito. Evidentemente più di qualcosa continua a non funzionare anche dopo la morte di Musa. E in questo quadro è certo incoraggiante - ma non percepito all'esterno come sufficiente - la chiusura d'imperio del reparto cosiddetto "Ospedaletto", quello in cui il giovane guineano si è ucciso.
Definito da Mauro Palma, garante nazionale dei detenuti in una relazione sullo stato dei luoghi subito dopo la tragedia di Musa "luogo non adeguato da un punto di vista dell'apporto di luce naturale e di aria, della salubrità igienica, della presenza di pulsanti di chiamata, di arredo almeno sufficiente a concedere il riposo e la consumazione di pasti", l'Ospedaletto era un'area a se dentro il Cpr. Dodici cellette di tre metri quadri ciascuno: una struttura del tutto inadeguata e priva dei requisiti essenziali per le esigenze sanitarie.
Nel rapporto stilato dal Garante "che l'alloggiamento all'interno di quest'area configuri un trattamento inumano e degradante e che tale valutazione possa essere condivisa dalla Corte Europea dei diritti dell'uomo (Corte Edu), qualora adita, esponendo così il Paese alle relative conseguenze". Il Ministero dell'Interno ha deciso di interdire l'Ospedaletto rendendo pubblica la chiusura lo scorso 8 settembre.









