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di Fabrizio Assandri


La Stampa, 18 ottobre 2019

 

Il cappellano Silvio Grosso: sarebbe sbagliato generalizzare. "Servirebbe una riforma della giustizia per migliorare la vita all'interno del carcere". Quando noto qualche tensione, tra agenti e detenuti, faccio presente la cosa al capo della sezione, allo stesso agente se è il caso, e all'ispettore. Ma di episodi di violenza non ne ero al corrente". Silvio Grosso fa parte della fraternità dei monaci apostolici diocesani a cui è affidata la cappellania del carcere.

 

Di cosa parlano i detenuti nei colloqui con lei?

"Mi raccontano la loro difficoltà e la fatica rispetto alla situazione che vivono che, anche se frutto di loro scelte, provoca grande sofferenza".

 

Le hanno mai segnalato episodi di violenza e torture?

"No. Posso però dire che dalla mia esperienza, da parte delle figure apicali, man mano che si sale nella gerarchia della gestione del carcere, c'è e c'è sempre stato lo sforzo di mantenere un clima disteso all'interno dell'istituto penitenziario".

 

Vuole dire che il problema sta ai livelli più bassi?

"Voglio solo dire che in una situazione di grande sovraffollamento come quella attuale, che non fa che peggiorare da mesi, con gli agenti costretti a turni molto pressanti, un clima di tensione possa esserci. Per quel che ho visto io, però, molti agenti sanno gestire i rapporti smorzando le frizioni della vita quotidiana dietro le sbarre. Parlo di cose banali e normali. Ma qui si parla di altro: violenze e torture, di questo non avevo assolutamente alcuna contezza. Sulla vicenda sta indagando la Procura e io non ho altro da aggiungere".

 

Qual è la sua reazione?

"Avverto il rischio che questa faccenda, insieme ad altre che purtroppo si sono rivelate vere, spinga a fare di tutta l'erba un fascio, così come a volte accade quando i violenti sono i detenuti. Ma né da una parte né dall'altra bisogna generalizzare. Al di là di questo episodio, è giusto ribadire che le condizioni di vita del carcere sono estremamente difficili e faticose per tutti quelli che ci vivono e ci lavorano. Per questo bisognerebbe metter mano a una riforma della giustizia, per la quale il carcere non sia più così al centro rispetto ad altre modalità di esecuzione penale, sarebbe un modo per migliorare le condizioni di vita all'interno del carcere".