di Irene Famà e Massimiliano Peggio
La Stampa, 27 ottobre 2022
Qui arrivano detenuti sempre più giovani. La sfida è dare una seconda chance a chi ha un passato di spaccio e baby gang. “Per entrare in una gang serve un rito. I capi si mettono attorno a te ti picchiano”. Quanto? Alcuni minuti? “No, macché. Giusto un po’, trenta secondi, al massimo un minuto. Ma non c’è da preoccuparsi, funziona così, basta resistere”.
“Bless”, come “benedire”: una rosa e una croce tatuate sull’avambraccio, sul collo i simboli dei Latin King, la banda sudamericana che ha gettato radici anche tra le periferie di Milano e Genova. Sorride il ragazzo, mentre racconta i segreti delle bande, ma giura di non farne parte. Pensa in grande: “Quando esco da qui, voglio diventare tatuatore”. E per un tatuaggio come il tuo quanto ti faresti pagare? “Dai, almeno cento euro”. Ha diciassette anni. Il suo curriculum criminale è già lungo, ma il modo in cui si esprime è da adolescente.
Ferrante Aporti, carcere minorile di Torino, una vecchia villa con celle e corridoi sorvegliati da telecamere, 46 ragazzi trascorrono le giornate scontando le loro pene. “Questa è la capienza massima. Qui, per quanto si può, cerchiamo di non fare sovraffollamento” dice la direttrice Simona Vernaglione. Per entrare qui dentro non si possono fare nomi, ma solo assorbire le storie di questi giovani che per la legge sono detenuti. Nel ramo che ospita le celle per i nuovi arrivi, ancora sottoposti a indagine, c’è Bilal, il rapinatore seriale che continua a ripetere di avere dodici anni. Lui è tra quelli che non può avere contatti con l’esterno.
E allora com’è questo luogo? Le pareti sono colorate, come in un oratorio, gli agenti della polizia penitenziaria non indossano le divise per non sembrare ostili, la giornata è divisa tra lezioni e attività. Ma questo resta pur sempre un carcere. Ci sono ragazzi di diciassette, diciotto anni. I giovani adulti, che non ne hanno ancora compiuti venticinque, ma la loro carriera criminale l’hanno iniziata da minorenni. Nella stanza della pittura c’è chi disegna cinture come quelle di Gucci. Con tanto di “marchio”. Cosa diresti ai tuoi coetanei là fuori? “Cosa vuoi dire, è una bella domanda. Anche a me, ne dicevano di cose. Che non dovevo sbagliare, arrabbiarmi, che dovevo rigare dritto. Poi, però, mi sono ritrovato qua dentro. Ad un ragazzo che non è ancora maturo, puoi dirgli quello che vuoi, tanto sbaglia comunque. Il carcere è un’esperienza negativa e positiva. In fondo qui imparo qualcosa”. C’è qualcosa da migliorare? “Certo, per noi e per chi ci lavora”. Di fronte a lui, uno dei giovanissimi vuole intervenire. “Ho un sogno. Fare felice mia mamma che è rimasta in Tunisia”. Ecco chi sono questi spacciatori, ladri, rapinatori, membri violenti di baby gang. Sono ragazzi che cercano una seconda chance nella vita, perché la prima se la sono giocata saccheggiando negozi, aggredendo coetanei, ferendo controllori di mezzi pubblici. Perché hai rubato? “Perché quando non hai niente e vedi che gli altri hanno tutto, indossano vestiti e scarpe firmate, quelle cose le vuoi anche tu. Per sentirti come loro. E te le prendi, perché sei povero”. E allora si spaccia. “Sì, si spaccia. Prendi le dosi da una parte e le vendi in strada”. Sedici anni, tunisino, è arrivato in Italia, a Lampedusa, su un barcone. A sentirlo parlare, racconta l’Italia vista da dietro le sbarre e i container dei centri d’accoglienza. Adria, Bologna, Milano e poi Torino. “Sono qui da solo. La mia famiglia è a casa, al mio paese. Cerco di mandare dei soldi, l’unico mio desidero è che mia madre possa vivere tranquilla per il resto della sua vita”. Per ora è chiuso in questo edificio che non ha nulla di moderno, ma che ci prova, nonostante la sua funzione, ad essere il più possibile accogliente. “Rimani nella tua stanza per ore. Per noi ragazzi bisognerebbe trovare un’altra soluzione al carcere”. Cosa pensi quando sei nella tua stanza? “Penso al mare”.
I detenuti lavano i pavimenti delle celle, che da queste parti sono definite stanze di contenimento: “Dobbiamo tenerle ordinate”. E gli agenti di polizia li chiamano “assist”. Dietro una delle prime porte d’ingresso, dove si registrano i nuovi arrivati, c’è un metro per calcolare l’altezza. È il confine che separa il fuori dal dentro, la libertà dalla restrizione. Dopo dieci passi si sente un ronzio. È il trapano del dentista che sta curando le carie di uno dei più giovani reclusi. La maggior parte di loro non si è mai sottoposto a una visita medica. Per lo stato italiano esistono unicamente in quanto hanno commesso dei reati, ma non hanno nemmeno il codice fiscale. E durante la pandemia, per poterli vaccinare, la direzione ha dovuto chiedere un permesso speciale.
Nei lunghi corridoi risuonano i passi e gli echi delle serrature, al fondo dell’edificio dove si apre la grande palestra, chiamata “piazza”, c’è una stanza rimodernata di recente con i soldi di enti privati e finanziatori lungimiranti. Può sembrare un sogno, ma la direttrice è fermamente convinta che debba diventare un luogo aperto al quartiere. Un luogo in cui far incontrare i ragazzi e i residenti della zona. E così quell’ambiente diventerà un teatro, un piccolo cinema, un luogo di concerti. “E perché no? Anche un posto dove far assaggiare le nostre straordinarie pizze. Qui i ragazzi imparano a fare i cuochi, a recitare, a dialogare, a parlare”. E anche a disinnescare la loro violenza. Quella violenza che si legge nei loro atteggiamenti, nel modo in cui gesticolano, in cui accendono le sigarette. E che si vede nei materassi dati alle fiamme durante qualche protesta.
“Negli ultimi anni, l’utenza è cambiata. Arrivano giovanissimi, hanno quattordici, quindici e sedici anni. Qualcuno lo guardi in faccia e pensi che in fondo è un bambino”, spiega la direttrice. E di detenuti “giovani adulti” in questo momento ce ne sono solo dodici. “Arrivano dopo essere stati in Spagna, in Grecia, in giro per il mondo. Perlopiù magrebini, tunisini, qualche egiziano. Sono ragazzi di strada con vite difficili e davvero ci si chiede come avrebbero potuto non sbagliare, crescere in maniera diversa”. E loro lo raccontano così: “Della strada ci fidiamo perché ci insegna tanto di buono e di cattivo. Per noi è casa nostra”. La cosa che più sconvolge gli operatori del Ferrante Aporti è la violenza gratuita, la disorganizzazione della vita e l’aggressività di questi giovani. Aumentata dall’abuso di alcol “bevuto come fosse acqua” e di stupefacenti, di droghe sintetiche e medicinali. Quali gli antidoti per curare la rabbia? “Accompagnarli nella crescita”, rispondono le educatrici. Che, al di là delle incombenze di routine, dei colloqui con i magistrati, delle relazioni da inviare in procura per spiegare i percorsi riabilitativi, si soffermano sull’aspetto umano: “Torni a casa e pensi di aver fatto qualcosa di buono”. Al Ferrante Aporti tutti sono convinti di una cosa: questi detenuti sono criminali, certo. Ma il loro destino non è segnato. E la scommessa è proprio questa: dare loro opportunità ed evitare che, una volta fuori, finiscano di nuovo arrestati. Ecco la sfida più impegnativa. E ad ammetterlo sono proprio i detenuti: “Questa non è una soluzione per noi. Se entri spacciatore, esci ladro. Diventi hacker, i compagni di raccontano questo e quell’altro. Come evitare i guai o scassinare. Qualcuno ti sa dare qualche indirizzo giusto. Io sono entrato che spacciavo, adesso che esco so anche rubare”. Maglietta rosa da ciclista, una barbetta accennata da chi ha compiuto da poco diciassette anni. Ha studiato per l’esame di informatica: “Sono preparatissimo, so rispondere a tutte le domande. Qui dentro impari delle cose, puoi studiare, leggere. In carcere, però, non ci voglio più stare, tra pochi giorni sono sicuro che uscirò”. I più, al Ferrante Aporti, imparano anche l’italiano. E i corsi di base per imparare la grammatica sono raddoppiati. Le superiori, invece, sono state chiuse: non ci sono alunni, i detenuti sono troppo piccoli. Poi c’è chi per la prima scopre un libro. E si emoziona. “Non avevo mai letto. Poi è venuto a parlarci quello scrittore che scrive di sport e ho scoperto che mi piace leggere le storie di chi ce l’ha fatta”.










