di Mattia Aimola
Corriere di Torino, 11 aprile 2026
La rettrice Prandi: “Portare l’università qui dentro significa offrire una possibilità”. “Il valore di una laurea presa qui è incommensurabile. È una festa. Qualche settimana fa ce n’è stata una e ci siamo ritrovati tra questi corridoi, senza metterci d’accordo: volevamo esserci”. Nelle parole di Rocco Sciarrone si coglie il senso più autentico di una giornata che va oltre il rito. Dentro le mura della casa circondariale Lorusso e Cutugno, l’inaugurazione dell’anno accademico del Polo universitario penitenziario diventa un momento di comunità, riscatto e possibilità concrete.
Sciarrone, delegato della rettrice per il Polo, è tutt’altro che una figura simbolica. “Sto seguendo un tesista ai domiciliari, speriamo arrivi presto alla laurea”, racconta, restituendo l’immagine di un’università che entra nelle pieghe più fragili delle biografie. Un impegno che si riflette nei numeri: dai 39 iscritti del 2017 ai 172 del 2026 e almeno 4 laureati all’anno, una crescita che rende il polo torinese tra i più rilevanti in Italia. Oggi l’offerta formativa conta 22 corsi di laurea. Tra i più scelti c’è Diritto per le imprese e le istituzioni, con una quarantina iscritti.
“Dopo tanti anni qui voglio capire meglio le leggi, anche per comprendere cosa mi sta succedendo”, racconta uno degli studenti detenuti. Seguono Scienze politiche e sociali e il Dams, mentre cresce l’interesse per percorsi più professionalizzanti come Scienze motorie. Studiare, però, spesso significa anche condizioni migliori: “Nei blocchi si sta in stanze molto piccole, è difficile concentrarsi. Qui almeno abbiamo spazi adeguati”, spiega un altro detenuto. Il punto centrale resta il valore dello studio come strumento di inclusione. “Non è solo un principio costituzionale - sottolinea Sciarrone - ma un investimento reale sul reinserimento”. Torino, in questo, ha fatto da apripista: spazi dedicati, strumenti, una didattica costruita su misura. “È uno dei pochi contesti universitari in cui il percorso è davvero personalizzato”.
Una visione condivisa dalla rettrice Cristina Prandi: “Portare l’università in carcere significa offrire non solo un diritto, ma una possibilità. Questi studenti fanno parte della nostra comunità”. Accanto ai risultati, restano però alcune criticità. La più rilevante riguarda la tassa regionale per il diritto allo studio. “Versiamo circa 35 mila euro l’anno - spiega Sciarrone - per servizi di cui i detenuti non usufruiscono, come le mense universitarie”. Risorse che potrebbero essere destinate a tutoraggi o borse. “In regioni come la Lombardia è la Regione a farsene carico. Qui c’è apertura, anche dal presidente del Consiglio regionale Davide Nicco, ma nessuno sembra voler assumere una decisione”. Una cifra contenuta per l’ente pubblico, ma significativa per un progetto che vive grazie a un equilibrio tra fondi esterni e risorse dell’ateneo. Dentro il carcere, intanto, le aspettative restano alte. “I nostri errori ci hanno portato qui, ma la conoscenza non può essere imprigionata”, dice Antonella, rappresentante delle studentesse. Ivan rilancia: “Temiamo di essere dimenticati. Vorremmo più lezioni online e più scambi con l’esterno. Quando succede, è utile per tutti”.











