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di Ludovica Lopetti

Corriere di Torino, 18 ottobre 2025

Il primo agosto 2024 i detenuti appiccarono il fuoco e distrussero celle, uffici, aule e palestra a colpi di sedie e tavoli. Le rivolte scoppiate contemporaneamente al carcere minorile Ferrante Aporti e al Lorusso e Cutugno di Torino la sera del 1 agosto 2024 non furono collegate. O almeno, così la pensano magistrati e polizia giudiziaria che hanno indagato per ricostruire i fatti di quella notte. Lo si legge nelle motivazioni della sentenza con cui il Tribunale minorile a luglio ha inflitto 35 anni di carcere a 9 minorenni, processati per devastazione, saccheggio, violenza e resistenza. Le pene per coloro che hanno scelto il rito abbreviato vanno da 3 a 4 anni e 8 mesi di carcere, mentre per l’unico che ha scelto il dibattimento la sentenza è attesa l’11 novembre. 

Il “fumo” - Nei motivi il collegio s’interroga sul perché della rivolta, rimasto fumoso. Una delle ipotesi - per dirla con le parole messe a verbale da un detenuto - è che sia scoppiata “per un po’ di fumo beccato ai colloqui nel pomeriggio”. Nelle ore precedenti, infatti, il fratello di uno dei ragazzi condannati come registi dei disordini fu sorpreso a portare dell’hashish in carcere e perciò arrestato. Anche la “perfetta sincronicità cronologica” con l’iniziativa dei reclusi di un altro padiglione, che si rifiutarono di rientrare in cella lamentando un guasto alla tv, per i giudici resta solo un “dato sospetto”.

L’unico dato certo è che quella notte una ventina di reclusi appiccò il fuoco in varie parti dell’edificio e distrusse celle, uffici, aule e palestra a colpi di sedie e tavoli, usati come spranghe. I rivoltosi filmarono tutto e postarono i video su TikTok e altri social network. Gli agitatori furono una decina e agirono “in modo coalizzato e compatto”. Perché lo fecero? Secondo i giudici per esaltare un “modello alternativo alla legalità”, nell’ottica di un “euforizzante autocelebrazione intrisa di aperta ribellione alle regole interne e alle Autorità preposte”. Lo dimostrerebbero in particolare i video condivisi in tempo reale sui social e trasmessi da giornali e tv, utili a evocare “l’immagine inquietante del totale sovvertimento delle regole carcerarie e il rivendicato dominio rispetto alla pp (polizia penitenziaria, ndr), con evidente gravissimo vulnus alle istituzioni”. Le battiture, gli incendi e le “grida furenti” - tutto immortalato nei filmati - furono l’ostentazione di una “rabbia esternalizzata ai massimi livelli (anche acustici) tali da suscitare in chiunque l’associazione a estrema pericolosità sociale”.

Tutti gli imputati minorenni, con la sola eccezione dell’adolescente già condannato per il lancio della bici ai Murazzi, sarebbero dovuti uscire al più tardi nell’autunno 2026. Per loro i fatti del 1 agosto furono una reazione a “condizioni invivibili”: “C’è il materasso sporco, dormiamo per terra”, “Ci mancavano gli armadi, la tv è rotta”, “La rivolta è scoppiata anche per il caldo”, hanno dichiarato agli inquirenti. Al momento della rivolta in effetti il numero dei detenuti aveva superato la capienza massima.