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di Massimo Calandri

La Repubblica, 8 novembre 2026

Le partite giocate solo in casa. Il terzo tempo disputato nella mensa. Perché la Drola di Torino è una squadra di rugby composta da detenuti. Creata nel 2010 dall’ex azzurro Walter Rista, ha fatto scuola in tutta Italia. “Libertà!”. L’urlo di tutta la squadra, stretta in un abbraccio e incitata dal capitano, sale altissimo. Vola oltre il muro di cinta, più forte delle sbarre e del rumore dei catenacci. Gli All Blacks neozelandesi hanno la loro danza tradizionale, gli scozzesi le cornamuse, i francesi intonano “Allons enfants”. Ma prima di una partita di rugby, cosa può celebrare un gruppo di detenuti rinchiuso in carcere? La libertà. Ed è con questo grido assordante che i giocatori della Drola, la squadra dell’istituto di pena Lorusso e Cotugno di Torino, accolgono gli avversari sul prato del penitenziario. Drola è una parola piemontese: sta per “cosa strana, bizzarra, imprevedibile”.

Era l’autunno del 2010 quando Walter Rista, cinque presenze e tre mete come ala sinistra della Nazionale italiana negli anni 70, ha cominciato questa avventura - strana, bizzarra, imprevedibile - con gli ospiti della prigione della sua città. Chi glielo ha fatto fare? “Ero in Argentina con un gruppo di veterani azzurri. Il pullman che ci trasporta per l’ultima partita ha un piccolo incidente con un altro bus. Un banale tamponamento. A bordo, da noi, c’è aria di festa: risate, musica, un gruppo di vecchi amici in gita. L’altro mezzo, invece, rimanda un silenzio misterioso, inquietante. Mi avvicino incuriosito: e vedo che dentro, seduti e incatenati, ci sono cinquanta ragazzini. Giovani detenuti che venivano trasferiti da una prigione a un’altra. Nei loro occhi, una tristezza che non dimenticherò mai”.

Tornato in Italia, Rista si presenta all’istituto di pena e fa una proposta all’allora direttore, Pietro Buffa: “E se facessimo giocare a rugby i detenuti, magari cominciando con quelli che hanno commesso reati meno gravi?”. L’altro non è troppo convinto, dice che in passato hanno provato col calcio, però poi è finita lì. “Il rugby insegna il rispetto: delle regole, dell’avversario, di sé stessi”. Va bene, proviamo. Chi fa richiesta, viene sottoposto a un test psicofisico: se lo passa, via con le sessioni in palestra e sul campo del carcere. Maglie, pantaloncini e scarpe li forniscono due squadre cittadine, Cus Torino e Rugby Torino, che hanno aderito entusiaste all’iniziativa. Mischie, placcaggi, percussioni. “Hanno capito subito lo spirito. E ho rivisto dei sorrisi, finalmente”.

Dal punto di vista tecnico, Rista non è mai stato un allenatore duro, o punitivo. “Conoscono già bene l’autorità e la violenza: scontano la loro pena. L’obiettivo è lo sport, la vita. Senza fretta, un passo dopo l’altro. Prima di ogni partita dico sempre loro: potete farvi gli affari vostri oppure giocare con gli altri, condividere”.

Sono trascorsi 16 anni da quella prima chiacchierata col direttore dell’istituto. “E sono stati più di trecento i giocatori che hanno indossato la maglia della Drola”. La Federazione italiana aveva subito abbracciato l’iniziativa, riconoscendo a tutti i detenuti extracomunitari la “formazione italiana” e iscrivendo al campionato di serie C regionale la squadra piemontese. Che per due volte ha sfiorato la promozione alla categoria superiore. Chiedete ai loro avversari: giocare dentro al carcere è un’esperienza che ti segna profondamente. Scontri e contatti da una parte all’altra, chi resta a terra viene aiutato dall’altro a rialzarsi. Quel che conta alla fine sono gli abbracci, le strette di mano, le lacrime di qualcuno. “Grazie”, dicono quelli che giocano in casa. “Grazie”, rispondono gli altri. Il tradizionale terzo tempo mangiando un piatto di pasta nella zona mensa. I saluti, gli arrivederci.

Scontata la pena, normalmente la recidiva è del 75 per cento, coi rugbisti scende al 30. Molti continuano a giocare o sono diventati allenatori dei club dei luoghi dove vivono. “Uno dei nostri atleti è stato tesserato per una squadra di serie A, un altro per un club spagnolo, due in Francia. Uno insegna rugby ai ragazzi autistici di un istituto torinese: con una pazienza e un amore commoventi”. Nei giorni scorsi, un ex detenuto di origine albanese - che ha scontato per intero la pena - è stato convocato con la Nazionale del proprio Paese per un torneo in Repubblica Ceca.

Niente trasferte, gli incontri si disputano sempre e solo sul terreno d’erba spelacchiata del Lo Russo-Cotugno. A Walter scappa da ridere: “I pali delle porte sono fissati con dei lucchetti. Non si sa mai, qualcuno potrebbe usarli per scavalcare il muro della prigione”. Rista è stato nominato commendatore dell’Ordine al merito della Repubblica italiana dal presidente Mattarella: “Per la professionalità e la generosità dimostrate nella promozione di percorsi di risocializzazione per i detenuti”, la motivazione. Il suo esempio è stato seguito in tante altre città e istituti italiani, con l’aiuto della Fir che ha avviato il progetto Rugby Oltre le Sbarre.

Hanno cominciato a passarsi una palla ovale nelle carceri di Milano, Brescia, Livorno, Cremona, Monza. E a Padova, Eboli, Caltanissetta. A Livorno si gioca il touch-rugby, perché il campo non è omologato. È nata una squadra a Bologna, il Giallo Dozza. E i Bisonti di Frosinone. Primi allenamenti, più un corso arbitri, nella casa circondariale di Pesaro Villa Fastiggi. Le Pecore Nere di Livorno hanno esordito in un torneo amatoriale old, alcuni azzurri delle Nazionali maschili e femminili si sono allenati con la squadra Rugby 27 del Carcere di Ferrara. Oggi, in Italia, sono coinvolti nel rugby 17 istituti penitenziari e due case-famiglia. “Libertà!”, urlano i giocatori all’inizio di ogni partita.