di Caterina Stamin
La Stampa, 4 dicembre 2025
La camera è all’interno del Padiglione E al Lorusso e Cotugno dove si potrà incontrare il proprio coniuge, il convivente o il partner con cui si è uniti civilmente. L’amore, anche in carcere, è possibile. Apre le porte sabato la prima stanza dei colloqui intimi, la camera all’interno del “Padiglione E” dove i detenuti potranno incontrare il proprio coniuge, il convivente o il partner con cui si è unito civilmente. Ci sono già i primi due prenotati: un uomo di 41 anni, che deve scontare una pena per una rapina, e un altro di 46, nel penitenziario per aver violato la legge in materia di stupefacenti. Saranno i primi anche a sperimentare le rigide regole della “stanza dell’amore”, a partire dall’orario: il primo si è prenotato alle 9, l’altro alle 12.45, e non sono ammessi ritardi.
Le regole da rispettare - I loro familiari devono presentarsi almeno 40 minuti prima del colloquio e portare da casa la biancheria: il coprimaterasso, le lenzuola e gli asciugamani. Nient’altro è ammesso. Tutti gli incontri dureranno un’ora e avverranno nell’intimità, senza il controllo visivo della polizia penitenziaria. Ogni detenuto potrà chiedere un solo colloquio intimo al mese e non sarà possibile convertire i colloqui straordinari in incontri nella stanza dell’affettività.
Com’è fatta la stanza e chi può usarla - La camera, dotata di un sistema d’allarme, è come una stanza d’albergo. Ha un letto, un bagno e vige il divieto di fumo. È grande quindici metri quadri e sarà bonificata prima e dopo ogni incontro, dal personale della polizia penitenziaria. Sarà a disposizione dei detenuti di tutto il distretto di Piemonte e Valle d’Aosta, con delle esclusioni. Non possono avanzare la richiesta di colloqui intimi i detenuti che stanno scontando la pena in regime di 41 bis. E poi ancora: quelli in isolamento sanitario o chi, durante la detenzione, è stato sorpreso a possedere telefoni o droghe, o ha partecipato a disordini: tutti questi dovranno essere “rivalutati” dopo quattro o sei mesi dai fatti in questione. E le donne? A loro la stanza sarà aperta, anche se nell’istituto ci sarebbe già l’idea di realizzarne un’altra nell’area a loro riservata.
Criteri di priorità - Per quanto riguarda la priorità di utilizzo della stanza, avrà la precedenza chi non beneficia di permessi premio, che consentano di coltivare i rapporti affettivi all’esterno, e chiaramente sarà “preferito” anche chi - a parità di condizioni - deve espiare pene più lunghe ed è ristretto in carcere da più tempo.
Critiche dei sindacati della Penitenziaria - Per giuristi e anche per i garanti la stanza è una conquista attesa da tempo. Non è così, invece, per diverse frange della polizia penitenziaria. È critico il segretario nazionale del sindacato Osapp, Leo Beneduci: “L’avvio della stanza dell’amore lascia ancora una volta irrisolti i veri problemi della questione”. E spiega: “Non si tratta esclusivamente del ruolo e delle funzioni del personale di polizia penitenziaria, che vi sarà addetto e che a Torino è già in numero gravemente insufficiente per prevenire suicidi, autolesionismi, risse e danneggiamenti tra i reclusi e che comunque vi sarà impegnato in misura consistente, nonostante che tutto poteva risolversi attraverso la concessione di permessi premio esterni”. Ma per il sindacato la criticità è anche nel senso dell’iniziativa: “L’irrisorietà dell’iniziativa riguarda il fatto che anche il poter fare l’amore all’interno delle carceri doveva avere finalità rieducative, come richiesto dalla nostra Costituzione, ovvero rivolte al fattivo reinserimento sociale dei ristretti, come invece non risulterebbe”.
Sesso in carcere - Lo stesso sostiene il sindacato Sappe: “Il sesso in carcere è una previsione inutile e demagogica, anche in termini di sicurezza stessa del sistema - dichiara il segretario generale Donato Capece - Si introduca piuttosto il principio di favorire il ricorso alla concessione di permessi premio a quei detenuti che in carcere si comportano bene, che non si rendono protagonisti di eventi critici durante la detenzione e che lavorano e seguano percorsi concreti di rieducazione. E allora, una volta fuori, potranno esprimere l’affettività come meglio credono”.











