di Giada Lo Porto
La Repubblica, 7 maggio 2026
Le motivazioni della condanna a sette agenti del carcere di Torino spiegano perché abbia retto il reato così difficile da provare. “In un contesto di custodia, un singolo schiaffo a una persona detenuta da parte di un rappresentante delle forze dell’ordine, integra il reato di tortura”. È uno dei passaggi incisivi contenuto nelle motivazioni della sentenza con cui il 6 febbraio, i giudici hanno condannato a pene che vanno da 2 anni e 8 mesi a 3 anni e 4 mesi di reclusione, sette agenti della polizia penitenziaria per il reato di tortura, in relazione alle violenze avvenute nel carcere di Torino tra il 2017 e il 2019. Il collegio, presieduto dal giudice Paolo Gallo con a latere Elena Rocci e Giulia Maccari, rifacendosi alla giurisprudenza europea “non può che concludere - si legge - che tale condotta sia al contempo degradante, lesiva della dignità e inumana in quanto gratuita e arbitraria”.
Non è stato un verdetto scontato, in Italia la tortura è un reato giovane, entrato nel codice penale nel 2017. Secondo l’impianto accusatorio del pm Francesco Pelosi, si era instaurato un clima di violenza “ritualizzata” nel Padiglione C, l’area destinata ai detenuti per reati sessuali. I giudici richiamando la giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell’uomo hanno chiarito che il volto umano è il fulcro dell’identità sociale: colpirlo con schiaffi, significa voler annientare la dignità della vittima. “L’uomo, oltre al detenuto, si è visto “spogliato” - scrivono i giudici - non solo materialmente ma anche metaforicamente, rimanendo nudo davanti ad una inaccettabile, violenta e gratuita ostentazione di potere posta in essere da chi avrebbe dovuto sorvegliare il suo stato di salute e garantire la sua sicurezza”.
Negli atti si parla della pratica del “flipper”: gli agenti formavano un cerchio attorno al detenuto, colpendolo con ripetuti schiaffi. In un caso un uomo era stato costretto a restare per quaranta minuti con la faccia contro il muro, obbligato a urlare “Io sono un pezzo di merda”. Mentre colpivano, gli agenti esplicitavano il paradosso del loro ruolo: “Io ti ammazzerei, invece ti devo tutelare”, diceva uno di loro mentre prendeva a calci un recluso fino a farlo sanguinare.
La sentenza di Torino cristallizza un principio giuridico: la vulnerabilità del detenuto rende inaccettabile ogni forma di violenza, indipendentemente dalla condotta. Il collegio ha respinto una delle tesi difensive, definita “al limite del kafkiano”, che narrava le denunce come un complotto orchestrato da un detenuto per ottenere trasferimenti. Sul fronte opposto, i legali della difesa, tra cui gli avvocati Enrico Calabrese e Antonio Genovese, hanno sostenuto che la fattispecie di tortura non fosse tecnicamente integrata.











