di Marina Lomunno
La Voce e il Tempo, 5 giugno 2025
Vasta protesta degli operatori - Si chiudono due sezioni del Liceo interno nel penitenziario torinese “Lorusso e Cutugno”, duro colpo alla rieducazione dei detenuti. “Se non aggiustate la scuola, la camorra vincerà sempre, perché la camorra ha paura della scuola”. Questa chiara e forte affermazione di un capo camorrista, ora collaboratore di giustizia, basta a far cogliere la gravità della decisione di chiudere nel penitenziario torinese “Lorusso e Cutugno” le prime due classi della sezione carceraria del Primo Liceo Artistico, a causa del taglio dei finanziamenti resi noti nei giorni scorsi dal ministero dell’Istruzione e del Merito e a cascata dall’Ufficio Scolastico regionale del Piemonte.
A ricordare le parole dell’ex camorrista è fra’ Beppe Giunti, francescano, volontario al “Lorusso e Cutugno” nella sezione Collaboratori di Giustizia che, come molti altri formatori e operatori impegnati nel penitenziario delle Vallette, ha reagito con sgomento alla notizia della soppressione del percorso di studio che riguarderebbe, oltre al biennio del Liceo Artistico (taglio che compromette, come sottolineano gli insegnanti, anche il resto del percorso attivo dal 2013, senza contare che gli studenti delle classi dei primi due anni sono composte in maggioranza da studenti stranieri e/o italiani con un basso livello di scolarizzazione”) pure altre offerte formative presenti nel carcere. E cioè l’Istituto d’Istruzione superiore Plana (nel penitenziario delle Vallette dal 1953) e l’Istituto superiore Giulio.
Il Liceo Artistico ha attivato significative collaborazioni con importanti istituzioni culturali cittadine, i due Istituti garantiscono, coi loro percorsi professionali, una concreta opportunità di reinserimento in società dei detenuti studenti attraverso il lavoro, contribuendo ad abbattere dispersione scolastica e, soprattutto, la recidiva - ossia il ritorno a delinquere dopo essere stati detenuti. Lo evidenzia anche Maria Teresa Pichetto, già docente di Storia del Pensiero politico presso la facoltà di Scienze politiche dell’Ateneo torinese e tra i fondatori del Polo Universitario per detenuti nel carcere torinese, il primo aperto in Italia e autrice del libro “Se la cultura entra in carcere” (Ed. Effatà).
Perché occorre la scuola. Secondo Pichetto “i tagli nei percorsi scolastici al ‘Lorusso e Cutugno’ sono una decisione sbagliata. Innanzi tutto dal punto di vista giuridico perché va contro l’articolo 27 della Costituzione che stabilisce che lo scopo della pena è la rieducazione del detenuto, e poi per le conseguenze sociali perché solo la cultura, lo studio e il lavoro facilitano il reinserimento dei ristretti”. A rafforzare l’incomprensibilità di questa decisione parlano chiaro i dati: nei penitenziari della Penisola dove i ristretti frequentano corsi di studio e/o formazione professionale la recidiva, che in Italia si attesta attorno al 70%, cala “miracolosamente” al 10% (al 2% per coloro che hanno ottenuto in carcere un inserimento lavorativo) e allo 0% per coloro che conseguono una laurea dietro le sbarre come succede a Torino.
“Ogni detenuto costa allo Stato italiano circa 137 euro al giorno” prosegue fra’ Giunti “con la recidiva al 70% sette detenuti su dieci quando escono commettono nuovamente reati, tornano in detenzione e costano nuovamente 137 euro al giorno. Dati che parlano da soli e smentiscono i luoghi comuni tipo ‘noi paghiamo per quelli là, che stiano dentro chiusi, con quello che ci costano’: ma proviamo a considerare che dietro le sbarre l’unico diritto della persona che viene ristretta è ovviamente quello della libertà. Tutti gli altri diritti non possono essere sospesi o impediti tra cui il diritto all’istruzione, oltre quello alla salute, alla affettività, al culto religioso. In carcere il cittadino rimane tale, giustamente ristretto nella libertà. E ogni euro che serve in carcere a sviluppare la scuola è un investimento per il bene comune, per la legalità, per la lotta alle mafie. Ogni euro tolto alla scuola in carcere è un regalo all’illegalità e incrementa i reati. Se le risorse scarseggiano si faccia una scala di valori, una graduatoria di scelte. Qualche grande opera in meno, molta scuola in più, sia in carcere che fuori”.
Politica fuori strada. Anche Monica Cristina Gallo, garante dei diritti delle persone private della libertà del Comune di Torino, non ha dubbi sulla inopportunità del cancellare corsi di studio per i ristretti: “la probabile non attivazione dei prossimi percorsi scolastici al ‘Lorusso e Cutugno’ preoccupa e fa riflettere su come scuola e carcere non rappresentano delle priorità per l’attuale Governo. E il Liceo è un’eccellenza dedicata a persone detenute che necessitano di percorsi mirati di risocializzazione, in questo modo si annulla istruzione e cura”.
L.V. è un ex detenuto del “Lorusso e Cutugno”, ex allievo del Primo Liceo Artistico dove ha conseguito la maturità: lo abbiamo incontrato al Centro di Ascolto della Caritas “Le Due Tuniche” dove presta servizio come volontario. “Credo che tagliare i fondi alle istituzioni scolastiche in carcere sia anticostituzionale perché la scuola, quando sei dietro le sbarre, è davvero un tempo ben speso dove ritorni umano, riscopri le tue passioni di ragazzo come è capitato a me con la pittura e il disegno.
La scuola in carcere ha una funzione catartica perché ti distoglie dal vuoto delle ore passate in cella dove il rischio è di rimuginare sulle tue disgrazie o peggio. Nel tempo che ho trascorso sui banchi e con i pennelli ho avuto modo di stringere rapporti con i compagni di classe nel rispetto reciproco, con insegnanti davvero motivati a trasmetterci la passione per l’arte e lo studio: abbiamo lavorato anche per la comunità carceraria dipingendo le sale colloqui e rendendole più vivibili, abbiamo collaborato ad un progetto con il Museo Egizio che ci ha dato l’occasione di confrontarci con il mondo ‘fuori’ come se fossimo allievi ‘liberi’.
La scuola mi ha fatto rinascere e anche ora che sono libero dipingo e, come in carcere, nelle tele viene fuori la parte migliore di me. Per tanti di noi ristretti la scuola è stata un’ancora per aggrapparci alla vita e voltare pagina: cancellare questa opportunità per risparmiare sulla rieducazione è un abominio”.
Protesta insegnanti. Stefano Cappello, insegnante di religione e delegato arcivescovile per l’insegnamento della Religione cattolica della diocesi, ha partecipato alla manifestazione di protesta contro i tagli all’istruzione in carcere che si è tenuta nei giorni scorsi davanti ai cancelli del “Lorusso e Cutugno”. “Eravamo in tanti: professori, sindacalisti, volontari che prestano servizio in carcere, rappresentanti di associazioni e liberi cittadini.
Volevamo essere vicini ai colleghi che rischiano di perdere il posto di lavoro, ai detenuti che senza scuola perdono il diritto allo studio. Abbiamo espresso la preoccupazione che senza scuola aumenta la reiterazione della pena e non c’è presente né futuro soprattutto per chi è recluso e più fragile come gli stranieri. Inoltre come rappresentante degli insegnanti di religione ho richiamato l’attenzione che insegnare religione sempre - a maggior ragione dietro le sbarre - è a servizio dell’uomo così come Gesù ha insegnato. Insegnare in carcere vuol dire abitare uno spazio difficile, ma che fa parte del tessuto sociale del territorio. La scuola in carcere è innanzitutto una faccenda di giustizia prima che di carità, ma spesso in cella e tra i banchi si incontra la grazia del Signore in azione, che fa rifiorire le vite. Ero in carcere e siete venuti a trovarmi”.









