di Federica Cravero
La Repubblica, 18 ottobre 2019
Arrestati sei dipendenti delle Vallette di Torino. L'accusa è "torture di Stato". Salvini li difende. Se la prendevano con pedofili e stupratori, con lo spirito di "giustizieri morali" e la forza di squadrette di picchiatori.
"Ti ammazzerei invece ti devo pure tutelare", diceva a un uomo in cella per aver violentato la figlia uno dei sei agenti della polizia penitenziaria arrestati a Torino. Altri undici sono indagati a piede libero. Su di loro pende la grave accusa di "tortura di Stato", commessa da un pubblico ufficiale. Si tratta di uno dei primi casi in cui è stato contestato questo reato, introdotto due anni fa dopo il rimprovero all'Italia della corte europea dei diritti umani.
"Per quello che hai fatto, tu qui ci devi morire", era una delle frasi che venivano pronunciate alle vittime recluse nel braccio C del carcere Lorusso e Cutugno, quello riservato ai sex offender. Un padiglione creato per isolare i detenuti che per la legge del carcere rischiano ritorsioni da parte di altri reclusi e che invece a Torino sono diventati vittime di chi avrebbe dovuto non solo proteggerli, ma addirittura rieducarli. Agenti che si sono comportati con "spudorato menefreghismo e senso di superiorità verso le regole del loro pubblico ufficio", dimostrando di "non credere nell'istituzione di cui fanno parte", scrive il gip Sara Perlo.
Dalla ricostruzione dei magistrati gli agenti finiti sotto accusa rendevano la vita impossibile con percosse e umiliazioni continue. Come quando dopo le dieci di sera entravano nelle celle e prelevavano a turno un detenuto per portarlo nella stanza dei pestaggi. O come quando pretendevano che uno ripetesse "Sono un pezzo di merda" se voleva ricevere la posta dei familiari. O quando leggevano a voce alta i passaggi più imbarazzanti degli atti giudiziari che riguardavano i detenuti.
Su alcuni la "squadretta" si accaniva di più, ma non c'era detenuto a cui non sia capitato, nel giorno di ingresso in carcere, di essere accolto da calci nel sedere, sputi e schiaffi mentre saliva le scale o passava nel corridoio per raggiungere la cella. Fino a che un detenuto non ha rivelato ogni cosa a Monica Gallo, garante dei detenuti della Città di Torino, che a sua volta ha presentato un esposto in procura. Da qui è partita l'inchiesta dei pm Enrica Gabetta e Francesco Saverio Pelosi che hanno ricostruito con fatica numerosi episodi che si sono ripetuti tra l'aprile del 2017 e il novembre 2018, dei quali sono stati accusati 17 agenti della polizia penitenziaria, molti giovanissimi, tra i 26 e i 46 anni. A raccogliere le prove contro di loro i colleghi del Nucleo investigativo centrale della penitenziaria.
"Nei mesi scorsi - sottolinea Patrizio Gonnella, presidente dell'associazione Antigone - avevamo più volte segnalato come il clima nelle carceri stesse peggiorando e come cattivi maestri al potere stessero esacerbando il linguaggio, rendendo comprensivo, se non addirittura benevolo, l'uso di una violenza illegale e arbitraria". Contro il lavoro della procura di Torino si è scagliato Matteo Salvini: "Se uno sbaglia in divisa sbaglia come tutti gli altri. Però che la parola di un detenuto valga gli arresti di un poliziotto a me fa girare terribilmente le palle. Solidarietà ai sei padri di famiglia".
E poco importa se solo un paio di loro siano genitori. Anche i sindacati provano a spostare il bersaglio: se il Sappe invita a "non trarre affrettate conclusioni ricordato i detenuti condannati per calunnia per le false accuse di pestaggi", l'Osapp avverte il rischio di "un effetto a catena" che racchiuda sotto la voce "tortura" "ogni criticità esistente nelle carceri" e soprattutto polemizza perché "non vengono trattati con la stessa attenzione i procedimenti disciplinari per le aggressioni degli agenti da parte dei detenuti".










