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di Rebecca De Bortoli

Corriere di Torino, 17 giugno 2025

Non accenna a diminuire il problema dei minori sottoposti a custodia in carcere. Al minorile i numeri nel 2025 confermano una crescita che è un raddoppio: nel 2023 la media era stata di 30-40, oggi siamo tra 55 e 60 ragazzi detenuti in uno spazio che dispone di 46 posti. E l’emergenza continua. Tutto questo nonostante non emerga una correlazione fra l’aumento di minori sotto custodia e quello dei reati. Da un punto di vista nazionale le denunce nei confronti dei minori sono costanti, a Torino sino al 2023 erano in diminuzione rispetto ai dati nazionali.

Ma se entrare in carcere sembra diventato più facile, uscirne è più difficile. “Quando parliamo di criminalizzazione parliamo non solo di quanti crimini vengono commessi ma di cosa vogliamo controllare - analizza Daniela Ronco, docente di giurisprudenza all’università di Torino e impegnata con l’associazione Antigone - in questo momento storico si è scelto di concentrarsi sui giovani, visti come un problema. Se si investono più risorse per controllare un comportamento si troveranno maggiori reati. E il decreto Caivano aumenta gli ingressi nel penitenziario minorile, permettendo di mandare tutti in custodia cautelare in carcere. Questi dati, aggiunti alla difficoltà di trovare disponibilità nelle comunità per far scontare le misure alternative, creano sovraffollamento, insolito, cioè brandine da campeggio messe nelle celle per aggiungere posti. E questo logicamente peggiora la vita detentiva, accrescendo la conflittualità”.

La professoressa Ronco ha una sua teoria sulla percezione del problema. “La mediatizzazione sulla pericolosità di alcune fasce della popolazione e di alcune zone della città ci fa percepire un peggioramento che non c’è”. “C’è invece una più difficile integrazione, che rende il disagio più visibile: la repressione e la punizione da sole non risolvono - interviene il professor Torrente dell’università di Torino -. Se si tagliano risorse su integrazione e accoglienza e sul lavoro aumenteranno le situazioni di disagio. Se al di fuori del carcere i detenuti non hanno nulla a cui tornare non saranno incentivati ad avere pene ridotte e preferiranno ribellarsi, come nell’agosto scorso: che tu abbia commesso o meno il crimine devi avere delle opportunità di sviluppare le competenze che ti daranno possibilità al di fuori, cosa che in carcere non avviene”.