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di Luca Marino

La Stampa, 8 ottobre 2025

La garante dei detenuti Diletta Berardinelli: “Il lavoro in carcere è un fattore determinante per il reinserimento nel tessuto sociale dei detenuti”. Uscire dal carcere dovrebbe significare ricominciare, ma come si può ricominciare se nessuno ti dà una possibilità? Il sistema è pensato per punire, non per rieducare. Daniele è un ex detenuto. Il nome è di fantasia. Così denunciava 10 anni fa in uno studio del 2017 del dipartimento di Giurisprudenza dell’Università di Torino. E oggi la situazione non è cambiata. Lavorare è essenziale per rientrare in società dopo il carcere, ma è una possibilità remota per molti ex detenuti.

“Se sto per morire di fame io sono disposto a qualunque cosa per portare da mangiare a casa. E non guardo in faccia nessuno. Sono obbligato, cosa faccio? A me non fa piacere rischiare di tornare in galera per trovare da mangiare, preferisco lavorare, anche essere sottopagato, ma è diventato impossibile”, è la testimonianza di Franco, prima in carcere, ora in cerca di una nuova strada per ricominciare.

L’aumento dei crimini - Il tasso di criminalità nelle grandi città è in aumento e Torino non è da meno. Secondo un rapporto di Univ-Censis di maggio 2025 il capoluogo piemontese si classifica quarto tra le città meno sicure d’Italia con un totale di 128.919 denunce sporte in un anno. E spesso a compiere i reati sono ex detenuti che, usciti dal carcere, non sono riusciti a trovare nuove opportunità e sono tornati nel circuito criminale. Il tasso di recidiva (ripetizione di un reato da parte di una persona che era già stata condannata) in Italia si aggira tra il 60 e il 69%, uno dei più alti in Europa (in Norvegia è circa la metà). Quindi circa due terzi di chi è stato condannato per reato torna a delinquere dopo la scarcerazione secondo le stime dell’Associazione Antigone, che si occupa dei diritti e delle garanzie nel sistema penale italiano. Le persone che hanno finito di scontare la loro pena in carcere non trovano lavoro, non trovano casa e rischiano di tornare subito dentro. L’obiettivo del carcere come istituzione è, secondo la Costituzione, “la rieducazione del condannato”, garantendo che le persone che vi escono non ci tornino più. Ma questo - lo dicono i dati - non accade quasi mai.

Lavorare per cambiare vita - Tra i temi di cui è urgente occuparsi in questo senso è il reinserimento nel mondo del lavoro. L’Associazione Antigone afferma che il tasso di recidiva si abbatte se gli ex detenuti trovano un impiego, eventualità che non è tuttavia così semplice, anche con le migliori intenzioni. Uno dei requisiti fondamentali per venire assunti dopo la scarcerazione è aver avuto prima la possibilità di lavorare in carcere, ma anche in questi casi non è detto sia sufficiente.

“Lavorare nel periodo di detenzione aiuta molto - spiega Marco Pigozzi, volontario dell’associazione Senza confini, che supporta percorsi di recupero e reinserimento sociale delle persone detenute -. Dipende soprattutto se il lavoro è qualificante, ma in ogni caso poter provare di aver fatto qualcosa negli anni di detenzione è importante. Se durante il colloquio il datore di lavoro vede che hai avuto diversi anni di inattività, potrebbe capire che sei stato in carcere e decidere di non assumerti. Al di là di questo un lungo periodo di inattività può far perdere competenze, precisione, puntualità e serietà nel lavoro. Chi non lavora, passa il tempo facendo sempre le stesse cose e parlando con le stesse persone degli stessi argomenti. Se uno mette in carcere una persona sperando che gli passi la voglia, è un illuso: impara ancora di più a delinquere”.

Qualche dato - I posti di lavoro disponibili però sono troppi pochi. In Piemonte sono detenute 4479 persone e di queste 1247 lavorano per il penitenziario e solo 287 per aziende esterne (dati del Ministero della Giustizia del 31 dicembre 2024). Quanto al carcere di Torino, nel 2023 si contavano più di 500 detenuti lavoranti, ma di questi solo 50 sono assunti da aziende esterne: l’1% di tutti i detenuti.

Il lavoro in carcere è un fattore determinante per il reinserimento nel tessuto sociale dei detenuti. Lo dice Diletta Berardinelli, garante dei detenuti di Torino. Bisogna però distinguere il lavoro svolto per l’autorità penitenziaria e quello svolto per conto di un ente privato esterno. Entrambi garantiscono uno stipendio, ma solo lavorare per un’azienda permette di acquisire competenze e, talvolta, di uscire dall’ambiente carcerario, mentre l’altra possibilità non insegna nulla dal punto di vista professionale, trattandosi spesso di fare pulizie all’interno della struttura.

Uno dei problemi principali quindi, come confermato dai dati, è la scarsità di offerte di impiego delle aziende per i detenuti. La legge Smuraglia del 2000 promuove il reinserimento sociale e professionale delle persone detenute tramite sgravi fiscali e contributivi per le imprese che li assumono. “Servirebbe maggiore informazione su questa legge - afferma Angelica Musy, creatrice del Fondo Musy, organizzazione che promuove iniziative per il reinserimento dei detenuti -, ma ci sono anche molti pregiudizi. Manca un ponte tra società esterna e carcere, una vera comunicazione tra dentro e fuori. C’è scarsa apertura verso l’esterno e in questo il penitenziario di Torino è uno di quelli messi peggio”.

Il lavoro dopo il carcere - Pur non essendo disponibili dati precisi, diverse associazioni indipendenti e Ong stimano che il numero di persone rientrate nel mondo del lavoro dopo la fine della pena sia molto basso, ancora più di quello dei lavoratori in detenzione. Il più delle volte i contratti di lavoro scadono non appena si conclude la pena in carcere e le aziende, non giovando più di benefici fiscali, tendono a rompere i rapporti professionali. Ha un peso anche il tema abitativo: non avere una casa è un grande handicap nella ricerca di un lavoro. I detenuti, soprattutto quando devono scontare una lunga pena, per comodità segnano come propria residenza l’indirizzo del carcere per farsi arrivare pacchi e raccomandate. I datori di lavoro e le agenzie immobiliari, però, conoscono bene quell’indirizzo (via Aglietta 35) e spesso evitano di firmare contratti con le persone che riportano quella residenza nei documenti o nel curriculum. “Come si può pretendere che una volta che sei uscito dopo un lungo periodo in cui non hai fatto niente, non hai lavorato, sei stato in contatto con persone simili a te, torni in società? - si domanda Pigozzi -. Non è solo una questione di volontà, bisogna anche avere gli strumenti, le opportunità per riuscirci”.

Il problema alla base - “Il mondo del carcere è troppo separato dalla nostra società”. Lo si sente dire in continuazione e lo ribadiscono anche Musy e Pigozzi. Questa lontananza fisica e morale tra le due realtà alimenta pregiudizi nei confronti degli istituti penitenziari e di chi ci vive (sia i detenuti che gli agenti). È una tendenza che si può notare osservando il progressivo spostamento delle carceri dal centro delle città verso le periferie. A Torino la Casa circondariale Lorusso e Cutugno, situata nel quartiere Vallette in periferia di Torino, ha sostituito il carcere “Le Nuove” nel 1986, spostando i detenuti ai margini della città.

Un altro problema collegato al primo è la chiusura dei detenuti all’interno degli spazi del penitenziario. La maggior parte di questi ha poche possibilità di uscire all’esterno durante la detenzione e immaginarsi una vita diversa da quella criminale. “Si usa dire “una volta che diventi un detenuto lo sarai per sempre”, dice Pigozzi. “Perché non concedere maggiori permessi premio o ricorrere più spesso alle alternative alla detenzione? I dati dicono che facendo così la recidiva cala drasticamente. Guardandola anche in modo cinico, tenere sempre dentro un detenuto ha un grande costo in riscaldamento, cibo eccetera e spesso quando questo viene liberato c’è il rischio che torni a delinquere. Non conviene nemmeno dal punto di vista economico”.

Carceri virtuose - “Esistono alcuni casi positivi di reintegrazione dopo il carcere, ma sono stati possibili solo facendo qualche sforzo in più - commenta Musy -. Il carcere di Fossano per esempio funziona molto bene con la detenzione attenuata. Ha tantissimi spazi interni, laboratori, c’è molto movimento tra dentro e fuori e si trova all’interno della città”. Uno degli esempi migliori in questo senso in tutta Europa è la Norvegia che ha adottato un modello di vita carceraria il più possibile vicino alla vita normale: le celle sono senza sbarre e dotate di bagno privato, doccia, tv e frigorifero. Inoltre sono attivi progetti di formazione, educazione e lavoro che coinvolgono la stragrande maggioranza della popolazione carceraria. Il risultato? Uno dei tassi di recidiva più bassi d’Europa.

Anche a Torino esistono iniziative virtuose. Lo stesso Fondo Musy promuove diversi eventi organizzati da persone detenute. Domenica 19 ottobre al Sermig si terrà uno spettacolo teatrale interpretato dai detenuti del carcere di Saluzzo: “Ma l’amore no”, promosso dal Fondo Musy. L’ingresso è gratuito e si potrà assistere solo previa prenotazione.